Qualche riflessione, un anno dopo il 24 agosto 2016

Amatriciano_bdIl 24 agosto 2016, alle 3.36, un terremoto squassava piccoli centri dell’Appennino tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, con epicentro tra Amatrice e Accumoli, in provincia di Rieti. Il sisma ha provocato 299 vittime, e a esso hanno fatto seguito altre due scosse registrate il 26 ottobre 2016, con epicentro vicino a Castelsantangelo sul Nera (Macerata) e il 30 ottobre 2016, con epicentro tra Norcia e Preci (Perugia). Il 18 gennaio 2017 si sono poi verificate altre quattro scosse di magnitudo superiore a 5 con epicentri in provincia dell’Aquila.  Altre decine di morti sono state provocate dal terremoto e dalle seguenti valanghe, e dalla combinazione con le abbondanti nevicate di quei giorni che hanno contribuito a isolare ulteriormente le aree colpite e ad aggravarne i danni su uomini, animali e infrastrutture (si veda qui).

Oggi, pertanto, è trascorso un anno dalla scossa che, dopo i terremoti in Emilia del maggio 2012 (ma non dimentichiamo il terremoto di Pollino e Basilicata a ottobre dello stesso anno) ha riproposto a tutto il mondo e non solo in Italia, e con la solita frequenza nella nostra penisola, le problematiche connesse al rischio sismico, ai disastri e alla ricostruzione, e più in generale a quanto non si fa nella vita quotidiana per ridurre il rischio o per vivere in maniera maggiormente sostenibile i nostri luoghi.

Quel sisma ha riproposto, e quanto detto in un anno fin ad oggi sembra confermare, un profondo deficit di comprensione e di analisi di questi fenomeni, spesso ridotti a tecnicismi, slogan da bar, senso comune di gente senza né arte né parte.  Su Sismografie (sezione di approfondimento di rischi e disastri sul blog di scienze umane Lavoro Culturale) apparve infatti un articolo, a firma di chi scrive, che sottolineava come il dibattito nazionale e internazionale dopo quel sisma si basasse su questioni tecniche relative alla mancanza di strutture antisismiche, alla scarsa manutenzione del patrimonio culturale, e addirittura su commenti in merito alla società italiana irrispettosa delle regole (qui).

Quanto da me detto in quell’articolo era in realtà stato precedentemente ben sintetizzato in “Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi” (Carocci), una curatela di Fabio Carnelli (antropologo) e Stefano Ventura (storico) del 2015 in cui si sottolineava quanto la prevenzione sismica, e tutte le discussioni sul rischio sismico (e sul rischio in generale, aggiungo io) sia una questione non esclusivamente tecnica ma squisitamente legata a variabili politiche e socioculturali. Per essere effettiva ed efficace, questa prevenzione necessita del coinvolgimento dei cittadini e dell’analisi delle loro debolezze e delle loro possibilità di prevenire il rischio tramite una maggiore consapevolezza, una conoscenza più approfondita del territorio a cui va, ovviamente,  combinato quello che poi materialmente riduce il rischio, ovvero l’adeguamento e il miglioramento antisismico delle abitazioni, delle infrastrutture, e dei servizi pubblici.

Queste riflessioni sono state poi richiamate in un articolo su Internazionale, che porta finalmente la discussione al livello più ampio dei mass-media di informazione. Si nota che la prevenzione e’ un discorso culturale e politico e che pertanto va ridotto lo scarto tra “esperti” e cittadini. In questo anno, Sismografie ha fatto inoltre degli sforzi per continuare a trattare il tema con questa prospettiva. Sono stati pertanto pubblicati dei contributi sulla narrazione mediatica degli eventi del 24 agosto, e un bell’excursus sui riti messi in atto durante le emergenze, per scacciare le nostre paure e hai visto mai che funzionino.

Ma qual è la condizione attuale dei luoghi colpiti dai sismi del 2016-2017? Il gruppo di ricerca indipendente Emidio di Treviri racconta come il terremoto, e le scelte di emergenza e ricostruzione ad esso seguite, abbiano provocato profonde modificazioni sociali e territoriali. In un territorio di piccoli comuni costituiti spesso da piccole frazioni tra loro distanti, da case sparse e anche da case isolate, il coordinamento degli aiuti e’ stato purtroppo frammentato e ineguale. Molti aiuti si sono concentrati nelle aree degli epicentri e in quelle mediaticamente più importanti, come Amatrice, Accumoli, Norcia. In moltissime frazioni, in tutto il territorio, i soccorsi o non sono arrivati o sono stati pochissimi e limitati (basta cercare quanto raccontano moltissimi quotidiani locali, una buona copertura dell’Abruzzo e del Teatino e’ stata fatta dal quotidiano aquilano NewsTown). La ricerca condotta dal gruppo Emidio di Treviri si basa sulle interviste ai cittadini. Molti sono stati evacuati sulla costa adriatica senza alcuna riflessione su come poter farli restare vicini ai propri territori. Eppure in questi anni abbiamo avuto prove che, se l’evacuazione sulla costa (o comunque in luoghi sicuri) e’ il metodo più rapido per mettere in sicurezza le persone e opzione necessaria nel breve periodo, la permanenza forzata in luoghi lontani da quelli d’origine oltre un tempo ragionevolmente breve (e infatti e’ passato un anno, ma alcuni evacuati all’Aquila hanno trascorso ben più di un anno) essa diventa fortissimo motivo di frustrazione e di stress. Mancano i propri luoghi, le proprie abitudini, manca la propria indipendenza. Tutte queste cose non possono essere etichettate come “lamentazione” di privilegiati a cui sono garantiti tetti caldi e cibo, ma come qualcosa su cui un’istituzione che offre assistenza dovrebbe riflettere per garantire, anche e soprattutto nell’emergenza, il diritto al benessere psico-fisico dei propri cittadini e per metterli in condizione di ripartire o di prendersi cura dei propri luoghi, anche se distrutti. Tra l’altro, queste non sono affatto cose scoperte oggi, basta leggere le ricerche condotte dopo il sisma del Friuli (1976) e anche dopo L’Aquila.

La cesura tra le scelte decisionali ai piani alti e i cittadini, insomma, e’ stata una delle caratteristiche principali della ricostruzione. In fretta e furia, a settembre 2016 l’allora Primo Ministro Renzi nominò Vasco Errani, precedentemente Presidente della Regione Emilia-Romagna e Commissario per la Ricostruzione in Emilia dopo il 2012, come Commissario Straordinario anche per la ricostruzione di questo terremoto. L’idea di fondo era sfruttare l’esperienza di Errani (da alcuni giudicata positivamente, sebbene l’antropologa Silvia Pitzalis abbia espresso molti dubbi in proposito) acquisita nella gestione del post-sisma emiliano. Visto quanto accaduto, la sua esperienza pare abbastanza fallimentare e illo tempore formulai dei dubbi, ai quali credo Errani abbia risposto con la scelta di lasciare l’incarico dopo un anno, probabilmente per inseguire qualche seggio politico alle prossime elezioni, e bye bye ai morti, alle case distrutte e alle vacche senza stalle. Sia chiaro, magari questa scelta va tutta a vantaggio di una gestione maggiormente locale della ricostruzione, quantomeno a livello regionale, ma resta l’amaro di un Commissario silenzioso ed etereo, e soprattutto di una scelta di lasciare l’incarico gestita in maniera non trasparente, senza spiegazioni ufficiali convincenti.

Come apparso proprio ieri su Internazionale, inoltre, la ricostruzione procede lentamente: solo il 10 per cento delle quattromila tonnellate di macerie è stato rimosso, e ci sono più di trentamila sfollati. Sempre su Internazionale, Alessandro Chiappanuvoli ci dice che tutto e’ ancora in alto mare nella fornitura degli alloggi per gli sfollati, i ritardi sono gravi. Grovigli burocratici, l’ispessimento delle trafile di carte e documentazioni, l’incapacità di snellire il moloch burocratico senza intaccare il controllo democratico e la necessita’ di trasparenza che ogni operazione del genere richiede hanno provocato grandi ritardi, tanto che su 3772 richieste di casette ne sono arrivate solo 400.

Ci sono poche idee per la ricostruzione, e sono confuse. Quando non si hanno le idee chiare (o meglio, quando chi detiene il potere ha idee chiare sui propri intenti personalistici e clientelari) vengono infatti fuori degli obbrobri, come l’unico progetto fino ad ora promosso: la realizzazione di un centro commerciale nella piana di Castelluccio, in Umbria, un’area agricola e paesaggisticamente inestimabile che per centinaia di anni ha conservato le proprie peculiarità territoriali che rischiano di essere stravolte da un intervento fortemente invasivo, definito “provvisorio” (ma la storia insegna che il provvisorio in Italia e’ definitivo).

A presidiare le aree colpite, a monitorare cosa le istituzioni non hanno fatto e, soprattutto, a rimettere il moto i territori tramite i cittadini ci sono le Brigate di Solidarietà Attiva, gruppi spontanei di volontari presenti ormai da un anno nelle aree colpite e aiutano i cittadini nei propri bisogni quotidiani, supportano l’auto-organizzazione e il mutualismo, tutto in una prospettiva dei cittadini colpiti non come vittime, ma come persone che, con un po’ di aiuto, possono riprendere in mano la propria esistenza e soprattutto ripartire per e con il territorio.

Quanto accaduto a Casamicciola pochi giorni fa non ha fatto altro che riproporre gli stessi discorsi monchi e retorici sulla riduzione del rischio. Visto inoltre quanto accaduto ad Amatrice e dintorni, cosa verra’ fatto in quelle aree assume contorni foschi e genera sentimenti di sfiducia.

 

 

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Ricostruzione post-sisma nei territori dell’Appennino Piceno-Laziale: Errani vuol dire fiducia?

Pubblica ammenda

Inizio da una pubblica ammenda sulla denominazione del sisma. In un post da me scritto e indebitamente circolato (qui e qui in inglese, e qui tradotto in italiano), ho utilizzato la locuzione “Italia Centrale” per indicare il terremoto del 24 agosto. Questo perché i primi articoli capitatimi sotto mano quel giorno erano di quotidiani in inglese, che dovevano facilitare la localizzazione dell’evento ai propri lettori, poco adusi alla conoscenza -e ancor meno alla scrittura o pronuncia- di piccole realtà come Amatrice, Accumoli o Arquata del Tronto. E però il come denominare un sisma non è questione di lana caprina, ma ha risvolti politici importanti. Come faceva notare nel suo tagliente profilo Facebook Lina Calandra, professoressa associata di geografia all’Università dell’Aquila e curatrice di Territorio e Democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano (L‘Una,  2012) -un gran bel libro su come istituzioni, società e territorio abbiano interagito nel post-sisma aquilano e al quale io ho indegnamente contribuito con un capitolo-, ripresa anche dal portale aquilano NewsTown, la denominazione generica di terremoto del Centro Italia o dell’Italia Centrale rappresenta una cornice scientemente astratta e generica che consente spazi di manovra politica per contrattare/ricattare chi deve/può stare “dentro” al terremoto (o al cratere sismico) e chi no.

A queste riflessioni, aggiungo che è inoltre necessario fare in modo che il nome assegnato al sisma “racconti” quei luoghi non come mero toponimo ma come vissuti ed esperiti nella complessità delle trame relazionali tessute tra individui, comunità, e ambiente naturale e costruito. Italia Centrale, pertanto, non risponde a tutte queste domande; in ottica meramente nozionistica, Cavezzo (MO) e San Giuliano di Puglia (CB) sono entrambe considerabili come Italia Centrale, ma l’unica cosa che li accomuna è che si trovano in Italia e sono stati colpiti da un sisma dopo l’anno 2000. Occorre qualcosa che sia in grado di descriverli e identificarli “politicamente” -secondo Lina- consentendo simultaneamente anche la loro localizzazione a futura nostra memoria storica, aggiungo io. Citando ancora NewTown, il terremoto ha colpito due parchi nazionali (dei Monti Sibillini, e del Gran Sasso e Monti della Laga), almeno tre zone dell’Appennino centrale (Picena, Laziale e Umbra), interessando diversi comuni dell’Alta valle del Tronto e parte dell’Alta valle del Velino. Ora, senza portarvi alle calende greche, la proposta di Lina -che accolgo- è quella di evitare Italia Centrale e di andare a tentativi. Lina propone terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale, sebbene aggiunga che occorrerebbe farlo decidere alle popolazioni colpite o almeno capire come preferirebbero essere identificate. Non credo che la denominazione funzioni ancora, ma visto che questa è solo una lunga introduzione a un post che vorrebbe parlare d’altro, e visto che anche NewsTown, l’unica fonte ad aver considerato la questione, appoggia Appennino Piceno-Laziale, per ora scegliamo questo. Vedremo, baglionianamente, strada facendo. Fustigatomi col cilicio per la generalizzazione dei miei primi interventi, andiamo avanti.

La nomina di Vasco Errani a Commissario straordinario per la ricostruzione

Il cratere sismico per ora comprende questi comuni: Acquasanta Terme (AP), Arquata del Tronto (AP), Montefortino (FM), Montegallo (AP) e San Montemonaco (AP), nelle Marche; Montereale (AQ), Capitignano (AQ), Campotosto (AQ), Valle Castellana (TE), e Rocca Santa Maria (TE), in Abruzzo; Accumoli (RI), Amatrice (RI) e Cittareale (RI) nel Lazio; Cascia (PG), Monteleone di Spoleto (PG), Norcia (PG), e Preci (PG) in Umbria. Il primo settembre, Vasco Errani è stato nominato Commissario straordinario di Governo per la ricostruzione in questi territori. Secondo il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, la nomina di un commissario per la ricostruzione a meno di dieci giorni dal terremoto consentirà di operare nella fase dell’emergenza avendo chiare le prospettive future. Infatti, già l’attuale fase dell’assistenza alla popolazione comporta decisioni che avranno ricadute sulla ricostruzione. L’attuale nomina di Vasco Errani (ex presidente della Regione Emilia-Romagna durante il sisma di maggio 2012 e anche Commissario straordinario per la Ricostruzione dopo l’evento) rompe pertanto quella prassi consolidata del Presidente di Regione come Commissario per la Ricostruzione. A ragione, probabilmente, dato che le regioni colpite e inserite nel cratere sono quattro (Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo) e designarne uno tra i quattro presidenti avrebbe certamente creato malcontento.

In seguito al terremoto di San Giuliano di Puglia del 31 ottobre 2002, il Commissario designato fu quel Pagliaccio Baraldi di Michele Iorio, Presidente della Regione Molise quota Forza Italia, poi indagato per aver ampliato abusivamente senza competenza e legittimazione l’area del cratere stabilito dalla Protezione Civile, anche per fini elettorali-propagandistici, elargendo contributi finanziari e benefici fiscali per la realizzazione di opere non collegate al sisma. Si era addirittura fatto redarguire dal noto tropicalista Guido Bertolaso, allora capo della Protezione Civile e oggi dispensatore di consigli sulla gestione post-terremoto dalla Sierra Leone, facendolo apparire come uno statista integerrimo.

In seguito al sisma aquilano del 6 aprile 2009, il Commissario designato fu l’allora Presidente di Regione Gianni Chiodi, quota Forza Italia, indagato per giochi di prestigio di fondi post sisma deviati all’amante e per varie connivenze con società e imprese impegnate nel post sisma. Dopo la doppia scossa di maggio 2012 in Emilia-Romagna (a proposito, come denominiamo questo sisma?) fu designato invece l’allora Presidente di Regione Vasco Errani, quota PD, poi dimessosi nel 2015 dopo essere stato invischiato, ma assolto, in una storia di fondi destinati alla cooperativa del fratello.

Ma chi è, allora Vasco Errani? Quale fiducia riporgli? Come giudicare quanto finora fatto in Emilia-Romagna? Facendo altra pubblica ammenda, la centralizzazione della gestione del post-sisma aquilano, le consorterie istituzionali, i tentativi continui di esautorazione degli amministratori locali e la politicizzazione di ogni singolo atto hanno fagocitato la mia (nostra) attenzione facendomi/ci perdere di vista un terreno interessante -per struttura economica e momento storico istituzionale- come quello emiliano. In questo giorni il Fatto Quotidiano, definito un “mattinale” da Giuliano Ferrara in un memorabile e pulp menage à trois con Travaglio e Mentana qualche anno fa, ha avuto a mio avviso il merito di anticipare tutti i quotidiani italiani trattando temi abbastanza utili al dibattito. Mentre cani e visi stravolti si alternavano sulle home page, Il Fatto Quotidiano pur non essendoseli fatti mancare è stato ad esempio il primo a cogliere l’unicità del caso di Norcia, le cui ricostruzioni post-sisma del 1979 e 1997 sono servite a migliorare la tenuta antisismica del tessuto edilizio, che ha subito un numero relativamente limitato di danni in questi giorni. Va aggiunto comunque per dovere di cronaca che Norcia, come visto sopra, rientra al momento nel cratere e, in occasione di una scossa 3.4 M avvenuta stanotte, ha subito piccoli crolli sulle mura antiche.

Il Fatto è anche l’unico, mi pare, ad aver intervistato un rappresentante dei comitati cittadini in Emilia-Romagna, nello specifico Aureliano Mascioli, uno dei responsabili del comitato sisma.12, costituitosi durante l’emergenza per farsi portavoce delle istanze dei cittadini nella ricostruzione. Mascioli contesta a Vasco Errani soprattutto le promesse non mantenute, come lo smantellamento dei MAP entro due anni e gli indennizzi per i privati in seguito ai danni riportati. I MAP sono ancora lì, e gli indennizzi promessi non sono ancora stati elargiti. I dati citati dal Fatto in merito agli abitanti ancora fuori casa, come mi fa notare Lina Calandra, sembrano abbastanza sballati (sempre meglio controllare le fonti, eppure dovrei saperlo); tuttavia, i dati ufficiali al 4 luglio 2016 sul portale della Regione Emilia-Romagna riportano che le prenotazioni che devono ancora trasformarsi in domande di contributo sono 1528, mentre quelle in lavorazione sui Comuni sono oltre 9000. Mascioli non nasconde comunque alcuni meriti di Errani, in particolare l’essere riuscito a ottenere 6 miliardi con un sistema finanziato dalla Cassa depositi e prestiti tramite credito di imposta, consentendo l’elargizione dei contributi pubblici per la ristrutturazione. In generale, secondo Mascioli, Vasco Errani ha peccato in generale di una mancata progettualità e, soprattutto, non ha dialogato direttamente coi terremotati e non ha concepito gli stessi come soggetti pensanti.

In un’intervista rilasciata a Panorama, Errani ha dichiarato di non essere un commissario calato dall’alto. Però, ecco, ci spieghi cosa vuol dire, perché di primo acchito la sua nomina ha tutta l’aria dell’affidamento – da parte di Renzi- di una carica a un trombato del PD ora “sotto una veranda ad aspettare le nuvole”. Errani aggiunge anche che farà riferimento direttamente al premier Renzi. Sembra già di sentire lo stridio delle unghie sulla lavagna, il verticismo aquilano, le prebende, le consorterie, la longa manus degli amici di. Errani dice inoltre che non deciderà da solo, ma sempre in raccordo con Cantone (Autorità nazionale anticorruzione) e con il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, e che la priorità è l’identità del territorio garantendo piena assistenza ai cittadini.

Mettendo insieme i pezzi, vien fuori un potenziale ritratto iniziale di Errani, uno che ama dialogare con il capo ma non è capace di parlare con chi il sisma lo ha subito. Se è infatti importante (fondamentale!) vigilare sulla corruzione endemica del post sisma e dialogare sia con la Protezione Civile che con le sfere governative, mi chiedo comunque se Errani sia in grado di cogliere la differenza tra assistenza ai terremotati e coinvolgimento degli stessi. Da un lato ci deve essere la necessaria assistenza economica e il supporto organizzativo, logistico e istituzionale. Dall’altro lato è però necessaria l’apertura alle istanze locali e alla possibilità delle stesse di rimettersi in gioco, di reinventarsi un lavoro, di ripensare ai propri luoghi e alle proprie case, di riflettere su come ricreare il proprio futuro. Come infatti dichiarato su IlCiriaco da Stefano Ventura, storico ed esperto della ricostruzione post-sisma in Irpinia, non far sentire i cittadini come soggetti deboli da accudire, ma parte del processo di rinascita delle loro comunità, li inserisce in un sistema di partecipazione continua che può portare a ricostruzioni condivise, efficaci e rispettose del territorio. Garantire soltanto piena assistenza è un atto paternalistico. Includere, stimolare, mettere in condizioni il mammut istituzionale di muoversi nella cristalliera delle comunità locali, è invece il passo necessario.

Pertanto, quali strategie di ricostruzione applicherà Vasco Errani? Una trasposizione di un tossico ed etereo “modello Emilia” applicato nelle aree colpite? Un generalistico modello ex novo? O invece una strategia inclusiva, che non generalizzi ma che tenga conto della diversità sociale e territoriale?

Come affronterà con Cantone il rischio infiltrazioni?

Come riuscirà a circoscrivere una potenziale ingerenza della Protezione Civile?

Come medierà il protagonismo renziano con i tempi della ricostruzione? E come si confronterà con il rettore del Politecnico di Milano  Giovanni Azzone, appena chiamato dal sor Matteo come project manager del Progetto Casa Italia per la ricostruzione nelle aree terremotate?

E come riuscirà a bypassare i presidenti delle quattro regioni coinvolte? Che tipo di relazioni si stabiliranno?

Come e quanto sarà in grado di includere la riduzione del rischio sismico nella ricostruzione?

Come si confronterà con le comunità e le amministrazioni locali?

Soprattutto, che ruolo e che peso avranno, realmente, i territori?

Giudizio sospeso, per ora.

 

N.B.: Sono state fatte delle modifiche in seguito ad alcune osservazioni di Lina Calandra, che ringrazio.