Narrative distorte e incendi: il nulla prestigioso dalle aule universitarie

Lo scorso  anno, dopo i tragici fatti di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, lamentavo su Lavoro Culturale di quelle “narrative distorte” nell’analisi delle emergenze e dei disastri, frutto di una grave mancanza delle scienze sociali nel dibattito accademico, politico e civile. In particolare, scrivevo come alcuni servizi e interviste online sia dall’Italia che dal mondo anglofono da un lato ci considerassero come un paese di corrotti e poco inclini alle regole e, dall’altro, accusassero la popolazione di non aver costruito nel corso degli anni messo in maniera antisismica.

Chiunque si occupi di questi temi sa come queste dichiarazioni raccontino solo una parte della storia. Se certamente la corruzione gioca un ruolo preponderante come all’Aquila, essa non spiega appieno le condizioni di vulnerabilità e di differenze sociali esistenti tra chi detiene il potere e chi no, tra chi decide e chi no, tra chi può permettersi certe cose e chi no. In soldoni, quella bella locuzione di root causes of vulnerability che, invece della reductio ad unum, analizza fenomeni complessi e relazionali da scavare nella storia dei luoghi e nell’intreccio tra scale spaziali, relazionali ed economiche.

In occorrenza dei tragici incendi sul Vesuvio di questi giorni (ma ricordiamo che bruciano anche Messina, il Gargano e l’Irpinia), il refrain dell’italiano ciarlatano da additare sempre e comunque come ‘o malamente mentre intorno sei miliardi di Banderas rincorrono galline nella loro vita agreste e gioiosa, compare addirittura tra luminari accademici italiani, ai quali evidentemente non basta il rigore richiesto dall’analisi scientifica, o il buonsenso di tacere quando manchino opinioni utili al dibattito.

E’ ad esempio il caso  di Paolo Macry, professore ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Napoli Federico II, che sul suo profilo Facebook, pensando di fare un servizio al popolino lanciandone strali, non ha altro da aggiungere se non che “per bloccare lo “spossessamento” (perdita del titolo di proprietà sulle case), gli abusivi incendiano tutto”.  Tutto questo senza uno straccio di prova: non una testimonianza, non una foto, non un numero che indichi chi e quali abusivi stiano incendiando questo fantomatico “tutto”. Anzi, facendo un unico pastone di gente che respira fumi e spegne fuochi da giorni, proprio come quando nel 2004 un ragazzo tredicenne agli scout mi disse che tanto tutto va nello stomaco, mangiando pasta-pane-tonno-formaggio dal pentolone. Il pastone.

Affermazioni gravi proprio mentre le fiamme divampano sul Vesuvio e i residenti, secondo decine di testimonianze online (bastino per tutte quelle pubblicate sulla pagina del Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci, preziosissima fonte di dati di prima mano) stanno affrontando da giorni gli incendi con mezzi insufficienti forniti dai servizi di emergenza e, sostanzialmente, provvedendo a fare il possibile per evitare ulteriore distruzione.

Quand’anche fosse vero che “gli abusivi” (chi? dove? quanti? e come lo sai?) incendino “tutto” (tutto che?), sarebbe utile capire dove siano le fonti, come sia possibile verificarle e, soprattutto, quanto sia opportuno lanciare strali invece di, da storico e letterato, aiutare noi popolino a far capire cause e conseguenze degli incendi e le radici storiche dei fatti.

Sia ben chiaro, nessuno nega l’abusivismo e quanto questo sia legato da decenni di mala-gestione politica. Resta comunque da capire come mai un docente universitario, di stanza a Napoli, non indirizzi il dibattito su fatti o opinioni ragionate invece di illazioni e generalizzazioni. A cui Macry, a memoria, non paia esser nuovo, come il famoso articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno nel 2014 dove descriveva gli “antagonisti di sinistra” (!) come “nuovi reazionari” che “si oppongono alla soluzione del problema dei rifiuti, alla messa a profitto di Bagnoli, alle trivelle. Ovvero a ogni ipotesi di accrescimento della ricchezza locale”. Tutto assieme: antagonismo, trivelle, no-Tav, Terra dei Fuochi, rifiuti, Bagnoli. “Effetti occupazionali dell’edilizia”. “Progresso” (!).

Un altro esempio viene da Marino Niola, professore ordinario di Discipline demoetnoantropologiche alla Suor Orsola Benincasa, dove, dice sul suo sito, insegna “Antropologia dei Simboli, Antropologia delle arti e della performance e Miti e riti della gastronomia contemporanea”, e si definisce “antropologo della contemporaneità”.

Il peggio del peggior determinismo ambientale prende piede in un suo commentario apparso su Repubblica, dove scrive:

In realtà, non è il Vesuvio che appartiene a Napoli, ma è Napoli che appartiene al Vesuvio. E questo spiega il carattere degli abitanti di una terra contesa tra il mare e la lava. Espressivo ed esplosivo, ottimista e fatalista, vitale e teatrale. Pieno di quella proverbiale esuberanza tellurica che rimescola godimento e sentimento, passione narcisistica e scoramento malinconico. Molti grandi viaggiatori hanno spiegato il temperamento dei partenopei proprio con la presenza incombente del fuoco che circonda da ogni parte la città e i suoi dintorni“.

Un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte: positivismo e determinismo geografico che manco io da matricola, paradigmi fatti fuori da oltre cento anni per far posto a prospettive in grado di analizzare relazioni complesse e sistemiche tra gli attori, i gangli dei poteri,  le interconnessioni tra l’individuo, le comunità locali e le varie componenti ambientali, scale che si scompongono e ricompongono a seconda di eventi e protagonisti.

Come scrive un altro antropologo su Lavoro Culturale, proprio in merito al Vesuvio:

da politici e tecnici, infatti, è frequente ascoltare dichiarazioni che dipingono gli abitanti dell’area vesuviana come «insensibili al rischio», “irrazionali e irresponsabili”, “superstiziosi e fatalisti”. Si tratta di giudizi di valore che svelano l’implicito etnocentrismo di chi li esprime e che mostrano una chiara incomprensione della complessa realtà socio-culturale locale. 

Banalizzazioni, insomma, a cui manca solo Pulcinella, ‘a pizza ‘o mare e ‘o putipù, per farle invece apparire per quelle che sono realmente: appiattimenti irricevibili e gravissimi, in particolare se questi vengono da chi, all’interno delle aule universitarie, dovrebbe contribuire a decostruirli. E, sostanzialmente, combattere.

Il nulla, ma di prestigio!

 

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Recensione a “Fault Lines – Earthquakes and Urbanism in Modern Italy”

E’ da poco uscita la mia recensione (in inglese) al bellissimo libro (in inglese) Fault Lines – Earthquakes and Urbanism in Modern Italy (Berghahn Book, 2015) di Giacomo Parrinello, storico e storico dell’ambiente, Assistant Professor of environmental history at the Centre for history of the Paris Institute of Political Studies.

Il libro si concentra sui sismi di Messina (1908) e del Belice (1968) e sulle loro continuita’/discontinuita’ con le preesistenti pratiche di pianificazione e sviluppo territoriale. Un libro scritto benissimo, frutto di una ricerca d’archivio meticolosa e attenta, corredato da immagini e fotografie molto belle e significative.

Trovate la recensione su ENTITLE blog, un blog di riflessioni su ecologia politica, capitalismo e “sviluppo”, che ogni tanto ospita qualche mia riflessione.

 

“Hurricane Matthew is just the latest unnatural disaster to strike Haiti”, su The Conversation

Il passaggio dell’uragano Matthew tra le coste sudamericane, caraibiche e del Sud degli Stati Uniti ha mostrato ancora una volta come le discussioni sui danni provocati da un disastro sottendano sempre enormi differenze socioeconomiche. Moltissimi media (anche specializzati e anche stranieri) si sono concentrati su Florida e Georgia, dove l’uragano ha causato, per ora, 19 vittime con danni ingenti ed evacuazioni.

Le morti sono uguali, non si discute se questo. Resta pero’ vero che ad Haiti, paese gia’ martoriato da secoli di sfruttamento, da decenni di capi di stato fantocci e poi dal maledetto terremoto del 2010 che ha paralizzato il paese e dal quale dopo sei anni non riesce ancora a risollevarsi, l’uragano Matthew ha provocato oltre 1000 (1000, ripeto) morti. Nella sfortuna, fortuna ha voluto non abbia colpito Port-au-Prince, capitale ancora in ginocchio dal sisma, ma alcuni tratti costieri occidentali.

Haiti e’ un paese vulnerabile perche’ povero, sfruttato, affamato da politiche colonialiste e neocolonialiste predatorie, non ultime quelle NGO che dopo il sisma del 2010 sono arrivate in loco intascando miliardi su miliardi senza alcuna ricaduta sui territori, abbandonati alle rovine, all’igiene precaria e al colera.

Insomma, su The Conversation, tra i primi siti al mondo di divulgazione scientifica, con taglio molto giornalistico e auanasghemps, abbiamo cercato di puntualizzare perche’ Haiti e’ ancora troppo vulnerabile ai disastri, e con chi ce la dobbiamo prendere (colonialismo, Stati Uniti, Nazioni Unite).

Se volete, lo trovate qui

https://theconversation.com/hurricane-matthew-is-just-the-latest-unnatural-disaster-to-strike-haiti-66766

Ave

Pummarole fresche, pummarole belle

Nella canicola sudaticcia delle mattinate estive meridiane il tempo scorre fancazzista e rilassato, solitamente scandito dal rintocco delle campane, dal vociare tra l’afrore della fila alla posta e i perdigiorno che sbrigano faccende, e dalla voce gracchiante degli ambulanti che chiamano a raccolta matrone e disadattati -intenti a giocare a carte sul tavolo sbilenco di plastica blu della Algida al bar o al circolo- per l’acquisto delle pummarole dell’Agro Nocerino-Sarnese, della Piana del Sele, della Capitanata o della Calabria. Pummarole rosse di caporalato e di tragedia, ma a noi mai è fregato molto, ‘a verità.

Dopo aver viaggiato per chilometri da Rosarno, Eboli, San Severo o Nocera, su autotreni roboanti che incutono timore al vederli zigzagare sull’A3 e l’A16 per i colpi di sonno degli autisti, le pummarole vengono trasbordate su mezzi più piccoli per consentire un agevole passaggio nelle stradine di Tursi, Oratino, Aquilonia, Ispani, Gallo Matese. Una volta erano gli OM Leoncino e Tigrotto con guida a destra, ora sono anonimi Suzuki o Renault, maneggevoli e facilmente parcheggiabili in senso inverso, in doppia fila, sul posto riservato ai disabili.

Il richiamo roco e biascicato dell’ambulante, solitamente preceduto da musica ad altissimo volume, quasi sempre neomelodica o un Ramazzotti d’annata ad andar bene, è “Pummarole fresche, pummarole belle”. La pronuncia di sc in fresche, per voi non di queste lande, è unita. La s e la c non si separano, vengono come in scrosciare, scroscio, sciare, camoscio. Un’unione che è già idea di freschezza e riposo. Di prendere la vita delicata come la regina delle pummarole, vederne il rosso nitore della pelle in controluce, senza bitorzoli, piatta e riposante come l’infinito dell’orizzonte sul mare di Pontecagnano, retta come una strada d’accesso tra i latifondi pugliesi. La e di belle è strascicata, allungata, un eeeeee di qualche secondo, un eeeeee di insistenza affinché il potenziale acquirente si accosti al trabiccolo, domandi la provenienza, inneschi quel gioco delle parti fatto di tentativi di avvicinamento al prezzo proposto dall’ambulante e di allontanamento volto al risparmio qualora si aumenti il peso della partita e chieda –pretenda– lo sconto. Un’alternanza di prezzi come i corpi che si alternano in una sfiancante tarantella.

Raggiunto l’accordo, le pummarole giungono a destinazione, pronte tra qualche giorno a diventare salsa. E lava i pomodori, e lava le bottiglie, e fai sgocciolare le bottiglie, e prendi strofinacci, asciugamani, teli e lenzuola, e monta lo spremipomodoro, e fissa lo spremipomodoro, e metti lo zio a caricare lo spremipomodoro, e raccogli la polpa, e metti in fila le bottiglie, e riempi le bottiglie con la polpa, e fai mettere la foglia di basilico allo scemo di turno (solitamente un criaturo o un combinaguai), e tappa le bottiglie sperando che qualcuna non si rompa e ferisca il pupo in bicicletta, e manda quello che è forte a prendere le cataste di legna, e prendi il fusto di ferro nel garage seppellito tra le cianfrusaglie, ma ti casca sul piede e ti fai male e nel frattempo casca pure il trapano e il martello, e vai a chiedere a zio Franco se ha portato il treppiede per metterci sopra il fusto, e metti l’acqua nel fusto, e disponi le bottiglie nel fusto in modo che non si rompano o non scoppino mentre vanno sotto vuoto, e accendi il fuoco dopo aver intossicato mezza famiglia, e prepara il pranzo per famiglia figli nipoti nonne e cognate, dai un calcio al cane che sta in mezzo ai piedi ma la nonna ti fa la cazziata perché non si fa e dà al botolo una mollica di pane, e cazzo ti sta venendo l’ernia che stai in piedi da stamattina alle cinque, e prepara la tovaglia e manda il criaturo -sempre quello scemo e combinaguai- a comprare il pane fresco che poi alla zia Marisa chi se la sente, e ti si asciuga il sudore e ti sta salendo il coccolone, e il caffè nessuno lo vuole fare, e nessuno guarda il fuoco che sta per spegnersi, quello che finora ha alimentato il fuoco è affumicato come un salmone delle Lofoten ed è nero come la pece, e passa la giornata e hanno tutti le reni a pezzi, i nervi in frantumi e la zia Marisa mo’ la prossima volta la vediamo a Natale che ha fatto lagne per tutto il giorno, e prega che la salsa cuocia bene e in fretta, e lascia raffreddare le bottiglie, e tira un sospiro di sollievo e spanciati unto e sudato sulla sedia a sdraio, in attesa di un bicchiere d’acqua e di silenzio.

La giornata frenetica è finita. Quelle pummarole rossissime, grandi e lisce, succose e succulente, trasformate in salsa in bottiglia andranno a riempire cantucci, stipiti e credenze insieme ad altre conserve, a sottoli, sottaceti, sotto spirito, essiccati, erbe, intingoli, marmellate, manicaretti freschi. Pummarole perfette, ormai salsa per la nostra frettolosa pastasciutta settimanale o, da buon contrappasso, per il lentissimo sobbollire del ragu’ alla domenica. Salsa in cui intingere pane sereticcio, adagiare fagioli, ricoprire melenzane. Salsa da leccare dalla cucchiaia di legno.

Io comunque, sono sempre andato al supermercato. E sono ancora vivo.

 

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Monteforte in musica

Chi e’ che ama? Gesu’

D’estate, giusto per far capire chi comanda in paese, partono musichette nevrotiche per bambini dagli altoparlanti della chiesa in collina, tutti i giorni due volte al giorno, anche la domenica mattina alle 7. Peggio dell’arrotino o del rumeno con la fisarmonica sotto il balcone.

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Un po’ scalcagnata, la banda del paese e’ onnipresente nelle settimane delle novene dei santi. Immancabile, ad ogni processione, la marcia di Radetzky.

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Solitamente bande improbabili da Pescopagano, da Ururi o da Serramazzoni. Suonano su un palco montato nella piazza. Gli astanti sono over 70 con la maglietta di lana sulle sedie di plastica o qualche genitore che porta il figlio a fare una passeggiata. Il frequentatore del bar le ascolta distratto dall’ultima Ceres mentre pensa alla uagliona rumena. Qualche adolescente di passaggio a piedi va a fumare le prime sigarette o i primi free joint dietro la scuola, o per dimenticare il dolore dell’ascolto dell’oboe inizia a farsi di coca.

Signore ai concerti di musica sacra o di Natale

La musica invernale e’ solitamente appannaggio della chiesa, in particolare nel periodo natalizio. Qualche concerto per violino e organo, musica classica o da camera. Partecipano persone come mia madre, che per l’occasione sfoggia la sua ormai quarantennale pelliccia di 200 chili di volpe, comprata dopo aver visionato i cataloghi Annabella in arrivo da Pavia via posta insieme alle riviste con annesse richieste di danaro dei monaci di Mazzarino, di Radio Frigento e delle Suore del Camminamento Laterale del Lago Trasimeno.

Concertone in piazza e un villoso Lucio Dalla

Ricordo di essere andato una volta a sentire Federico Salvatore e di aver cantato a squarciagola Vacca Carla. Probabilmente ho assistito a qualche minuto dei concerti dei Ricchi e Poveri quando ero criaturo, e l’ultimo gruppo che ho sentito sono stati i Dik Dik, una decina d’anni fa alla festa di Sant’Antonio, che cantavano Sognando California mentre stavo sbrodolandomi di colatura di melanzane di qualche panino con la salsiccia.
Mia madre narra che ai suoi tempi sono passati grandi artisti chiamati solitamente dalla Pro Loco o della Arciconfraternite. Allora giravano un po’ tutti, Giuseppe di Capri detto Peppino, i destrorsi Wilma Goich e Edoardo Vianello, Orietta Berti, i Cugini di Campagna. Un Gigi d’Alessio agli esordi con tanto di bagno di folla. Tanti altri certamente.
Le resto’ impresso Lucio Dalla, che vide fronte strada steso su una branda in una casa che lo ospitava sul finire degli anni ’60. Alto un metro e una banana, era tutto un unico pelo, con la barba che si univa a tutta l’altra peluria.
L’allora pulzella penso’ Lucio fosse l’uomo piu’ peloso del mondo. Poi sono arrivato io.

Calcutta

Quest’anno il 14 agosto arriva finalmente un cantante di punta: Calcutta.
Ho detto a mia madre: Madre, vai a sentire Calcutta in piazza?
“E chi e'”?
“E’ uno che suona la pianola”.
“Ma fa musica indiana?”
“Certo. Poi fa pure una sessione di yoga per principianti”.
“Ah, mi fa bene alle spalle, allora ci vado”.
Me la immagino in mezzo a gente coi risvoltini e le Superga, occhiaie da pippe notturne e barba vissuta, che si chiamano zi’ tra di loro e che urleranno l”‘Avellino in Serie A” invece di “Frosinone in serie A“.

Sentirsi Scott Bakula

Accadono cose strane, paragonabili ai combattimenti tra tirannosauri.

Alle corse con le bighe.

Agli scriba nel tempio.

Agli amanuensi che berciano con Adso da Melk.

All’invocare qualcuno con Orsù, al di fuori della madre di misericordia nel Salve Regina.

Alle palandrane.

Ai vespasiani a Trastevere.

Ai carbonai. Ai materassai. Ai cantastorie. Ai lustrascarpe alla stazione. Ai giullari di corte.

All’inchiesta di Jacini sulla pellagra nelle campagne del Mezzogiorno.

Alle giacche di flanella di Bertinotti.

Al taglio degli occhi di Occhetto, disegnato da Hanna&Barbera, su Rai Parlamento alle 17, su Raidue.

Alle Autobianchi 112, quelle Abarth.

Alla stampante ad aghi, su fredde scrivanie di lamiera.

Al gioco della bottiglia.

Al Tamagotchi.

Allo squillo sul cellulare, un range indefinibile tra il “ti sto pensando” e “andiamo in camporella” (non a me, ovviamente).

Ieri, su Facebook, qualcuno mi ha mandato un poke.

L’unico lo avevo ricevuto nel 2009.

Un salto nel tempo.

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Ricorrenze agostane

Dalla Pelosa di Stintino, spiaggiati con le vostre bronzee curve del benessere occidentale nel mare turchese. Dieta a base di pecorino. Un paio di sere, al tramonto, foto d’ordinanza alla roccia con la scritta Portocervo.

Dal campeggio di Capaccio Scalo, sulla sdraio arrugginita in canottiera e pantofole. Sullo sfondo, piatti ad asciugare dopo la vostra cena a base di freselle, pomodori e tonno.

Da qualche isola croata, sconosciuta fino a una settimana prima, foto dell’imbarco da Bari o da Ancona. A Dubrovnik andrete sicuro.

Da Kos e Mykonos, foto notturne insieme a truzzi conosciuti mezz’ora prima e gia’ compagni di bevute e di chiantelle.

Da Ibiza scandita a cassa dritta, occhiali da sole al tramonto a coprire le occhiaie da hangover di Bacardi annacquati.

Dalla Versilia, camicia profumata, mocassino senza calzino, insieme ad arroganti russi parvenu.

Da Melpignano, lerci di sudore e fradici di vino dalla notte della Taranta.

Da Gallipoli, casa scelta a marzo, una domenica mattina, famiglia al completo a scegliere l’appartamento per l’estate, altri amici giungeranno presto. Spesa portata da casa;

Dalla Costa Brava, dieci uagliuni in una casa da cinque. Ubriachi gia’ all’aeroporto, volo Vueling low cost, spesa a bordo di trenta euro per le birre. Importunare le hostess premendo dieci volte il pulsante della richiesta assistenza: obiettivo riuscito.

Dall’Algarve, qua gia’ vi siete applicati di piu’, poi puntatina a Lisbona o Porto, magari una preghiera a Fatima che mo’ che tornate a casa vi trova una fatica.

Jesolo, Rimini, Camerota e Corfu’ non si portano piu’.
La Turchia e Sharm el Sheik, al momento meglio di no.
Qualcuno scoprira’ il mare dell’Albania, macchina imbarcata a Bari, forse Cipro se c’e’ una rotta low cost da Capodichino.

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Buone vacanze, meritate.