Qualche riflessione, un anno dopo il 24 agosto 2016

Amatriciano_bdIl 24 agosto 2016, alle 3.36, un terremoto squassava piccoli centri dell’Appennino tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, con epicentro tra Amatrice e Accumoli, in provincia di Rieti. Il sisma ha provocato 299 vittime, e a esso hanno fatto seguito altre due scosse registrate il 26 ottobre 2016, con epicentro vicino a Castelsantangelo sul Nera (Macerata) e il 30 ottobre 2016, con epicentro tra Norcia e Preci (Perugia). Il 18 gennaio 2017 si sono poi verificate altre quattro scosse di magnitudo superiore a 5 con epicentri in provincia dell’Aquila.  Altre decine di morti sono state provocate dal terremoto e dalle seguenti valanghe, e dalla combinazione con le abbondanti nevicate di quei giorni che hanno contribuito a isolare ulteriormente le aree colpite e ad aggravarne i danni su uomini, animali e infrastrutture (si veda qui).

Oggi, pertanto, è trascorso un anno dalla scossa che, dopo i terremoti in Emilia del maggio 2012 (ma non dimentichiamo il terremoto di Pollino e Basilicata a ottobre dello stesso anno) ha riproposto a tutto il mondo e non solo in Italia, e con la solita frequenza nella nostra penisola, le problematiche connesse al rischio sismico, ai disastri e alla ricostruzione, e più in generale a quanto non si fa nella vita quotidiana per ridurre il rischio o per vivere in maniera maggiormente sostenibile i nostri luoghi.

Quel sisma ha riproposto, e quanto detto in un anno fin ad oggi sembra confermare, un profondo deficit di comprensione e di analisi di questi fenomeni, spesso ridotti a tecnicismi, slogan da bar, senso comune di gente senza né arte né parte.  Su Sismografie (sezione di approfondimento di rischi e disastri sul blog di scienze umane Lavoro Culturale) apparve infatti un articolo, a firma di chi scrive, che sottolineava come il dibattito nazionale e internazionale dopo quel sisma si basasse su questioni tecniche relative alla mancanza di strutture antisismiche, alla scarsa manutenzione del patrimonio culturale, e addirittura su commenti in merito alla società italiana irrispettosa delle regole (qui).

Quanto da me detto in quell’articolo era in realtà stato precedentemente ben sintetizzato in “Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi” (Carocci), una curatela di Fabio Carnelli (antropologo) e Stefano Ventura (storico) del 2015 in cui si sottolineava quanto la prevenzione sismica, e tutte le discussioni sul rischio sismico (e sul rischio in generale, aggiungo io) sia una questione non esclusivamente tecnica ma squisitamente legata a variabili politiche e socioculturali. Per essere effettiva ed efficace, questa prevenzione necessita del coinvolgimento dei cittadini e dell’analisi delle loro debolezze e delle loro possibilità di prevenire il rischio tramite una maggiore consapevolezza, una conoscenza più approfondita del territorio a cui va, ovviamente,  combinato quello che poi materialmente riduce il rischio, ovvero l’adeguamento e il miglioramento antisismico delle abitazioni, delle infrastrutture, e dei servizi pubblici.

Queste riflessioni sono state poi richiamate in un articolo su Internazionale, che porta finalmente la discussione al livello più ampio dei mass-media di informazione. Si nota che la prevenzione e’ un discorso culturale e politico e che pertanto va ridotto lo scarto tra “esperti” e cittadini. In questo anno, Sismografie ha fatto inoltre degli sforzi per continuare a trattare il tema con questa prospettiva. Sono stati pertanto pubblicati dei contributi sulla narrazione mediatica degli eventi del 24 agosto, e un bell’excursus sui riti messi in atto durante le emergenze, per scacciare le nostre paure e hai visto mai che funzionino.

Ma qual è la condizione attuale dei luoghi colpiti dai sismi del 2016-2017? Il gruppo di ricerca indipendente Emidio di Treviri racconta come il terremoto, e le scelte di emergenza e ricostruzione ad esso seguite, abbiano provocato profonde modificazioni sociali e territoriali. In un territorio di piccoli comuni costituiti spesso da piccole frazioni tra loro distanti, da case sparse e anche da case isolate, il coordinamento degli aiuti e’ stato purtroppo frammentato e ineguale. Molti aiuti si sono concentrati nelle aree degli epicentri e in quelle mediaticamente più importanti, come Amatrice, Accumoli, Norcia. In moltissime frazioni, in tutto il territorio, i soccorsi o non sono arrivati o sono stati pochissimi e limitati (basta cercare quanto raccontano moltissimi quotidiani locali, una buona copertura dell’Abruzzo e del Teatino e’ stata fatta dal quotidiano aquilano NewsTown). La ricerca condotta dal gruppo Emidio di Treviri si basa sulle interviste ai cittadini. Molti sono stati evacuati sulla costa adriatica senza alcuna riflessione su come poter farli restare vicini ai propri territori. Eppure in questi anni abbiamo avuto prove che, se l’evacuazione sulla costa (o comunque in luoghi sicuri) e’ il metodo più rapido per mettere in sicurezza le persone e opzione necessaria nel breve periodo, la permanenza forzata in luoghi lontani da quelli d’origine oltre un tempo ragionevolmente breve (e infatti e’ passato un anno, ma alcuni evacuati all’Aquila hanno trascorso ben più di un anno) essa diventa fortissimo motivo di frustrazione e di stress. Mancano i propri luoghi, le proprie abitudini, manca la propria indipendenza. Tutte queste cose non possono essere etichettate come “lamentazione” di privilegiati a cui sono garantiti tetti caldi e cibo, ma come qualcosa su cui un’istituzione che offre assistenza dovrebbe riflettere per garantire, anche e soprattutto nell’emergenza, il diritto al benessere psico-fisico dei propri cittadini e per metterli in condizione di ripartire o di prendersi cura dei propri luoghi, anche se distrutti. Tra l’altro, queste non sono affatto cose scoperte oggi, basta leggere le ricerche condotte dopo il sisma del Friuli (1976) e anche dopo L’Aquila.

La cesura tra le scelte decisionali ai piani alti e i cittadini, insomma, e’ stata una delle caratteristiche principali della ricostruzione. In fretta e furia, a settembre 2016 l’allora Primo Ministro Renzi nominò Vasco Errani, precedentemente Presidente della Regione Emilia-Romagna e Commissario per la Ricostruzione in Emilia dopo il 2012, come Commissario Straordinario anche per la ricostruzione di questo terremoto. L’idea di fondo era sfruttare l’esperienza di Errani (da alcuni giudicata positivamente, sebbene l’antropologa Silvia Pitzalis abbia espresso molti dubbi in proposito) acquisita nella gestione del post-sisma emiliano. Visto quanto accaduto, la sua esperienza pare abbastanza fallimentare e illo tempore formulai dei dubbi, ai quali credo Errani abbia risposto con la scelta di lasciare l’incarico dopo un anno, probabilmente per inseguire qualche seggio politico alle prossime elezioni, e bye bye ai morti, alle case distrutte e alle vacche senza stalle. Sia chiaro, magari questa scelta va tutta a vantaggio di una gestione maggiormente locale della ricostruzione, quantomeno a livello regionale, ma resta l’amaro di un Commissario silenzioso ed etereo, e soprattutto di una scelta di lasciare l’incarico gestita in maniera non trasparente, senza spiegazioni ufficiali convincenti.

Come apparso proprio ieri su Internazionale, inoltre, la ricostruzione procede lentamente: solo il 10 per cento delle quattromila tonnellate di macerie è stato rimosso, e ci sono più di trentamila sfollati. Sempre su Internazionale, Alessandro Chiappanuvoli ci dice che tutto e’ ancora in alto mare nella fornitura degli alloggi per gli sfollati, i ritardi sono gravi. Grovigli burocratici, l’ispessimento delle trafile di carte e documentazioni, l’incapacità di snellire il moloch burocratico senza intaccare il controllo democratico e la necessita’ di trasparenza che ogni operazione del genere richiede hanno provocato grandi ritardi, tanto che su 3772 richieste di casette ne sono arrivate solo 400.

Ci sono poche idee per la ricostruzione, e sono confuse. Quando non si hanno le idee chiare (o meglio, quando chi detiene il potere ha idee chiare sui propri intenti personalistici e clientelari) vengono infatti fuori degli obbrobri, come l’unico progetto fino ad ora promosso: la realizzazione di un centro commerciale nella piana di Castelluccio, in Umbria, un’area agricola e paesaggisticamente inestimabile che per centinaia di anni ha conservato le proprie peculiarità territoriali che rischiano di essere stravolte da un intervento fortemente invasivo, definito “provvisorio” (ma la storia insegna che il provvisorio in Italia e’ definitivo).

A presidiare le aree colpite, a monitorare cosa le istituzioni non hanno fatto e, soprattutto, a rimettere il moto i territori tramite i cittadini ci sono le Brigate di Solidarietà Attiva, gruppi spontanei di volontari presenti ormai da un anno nelle aree colpite e aiutano i cittadini nei propri bisogni quotidiani, supportano l’auto-organizzazione e il mutualismo, tutto in una prospettiva dei cittadini colpiti non come vittime, ma come persone che, con un po’ di aiuto, possono riprendere in mano la propria esistenza e soprattutto ripartire per e con il territorio.

Quanto accaduto a Casamicciola pochi giorni fa non ha fatto altro che riproporre gli stessi discorsi monchi e retorici sulla riduzione del rischio. Visto inoltre quanto accaduto ad Amatrice e dintorni, cosa verra’ fatto in quelle aree assume contorni foschi e genera sentimenti di sfiducia.

 

 

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Narrative distorte e incendi: il nulla prestigioso dalle aule universitarie

Lo scorso  anno, dopo i tragici fatti di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, lamentavo su Lavoro Culturale di quelle “narrative distorte” nell’analisi delle emergenze e dei disastri, frutto di una grave mancanza delle scienze sociali nel dibattito accademico, politico e civile. In particolare, scrivevo come alcuni servizi e interviste online sia dall’Italia che dal mondo anglofono da un lato ci considerassero come un paese di corrotti e poco inclini alle regole e, dall’altro, accusassero la popolazione di non aver costruito nel corso degli anni messo in maniera antisismica.

Chiunque si occupi di questi temi sa come queste dichiarazioni raccontino solo una parte della storia. Se certamente la corruzione gioca un ruolo preponderante come all’Aquila, essa non spiega appieno le condizioni di vulnerabilità e di differenze sociali esistenti tra chi detiene il potere e chi no, tra chi decide e chi no, tra chi può permettersi certe cose e chi no. In soldoni, quella bella locuzione di root causes of vulnerability che, invece della reductio ad unum, analizza fenomeni complessi e relazionali da scavare nella storia dei luoghi e nell’intreccio tra scale spaziali, relazionali ed economiche.

In occorrenza dei tragici incendi sul Vesuvio di questi giorni (ma ricordiamo che bruciano anche Messina, il Gargano e l’Irpinia), il refrain dell’italiano ciarlatano da additare sempre e comunque come ‘o malamente mentre intorno sei miliardi di Banderas rincorrono galline nella loro vita agreste e gioiosa, compare addirittura tra luminari accademici italiani, ai quali evidentemente non basta il rigore richiesto dall’analisi scientifica, o il buonsenso di tacere quando manchino opinioni utili al dibattito.

E’ ad esempio il caso  di Paolo Macry, professore ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Napoli Federico II, che sul suo profilo Facebook, pensando di fare un servizio al popolino lanciandone strali, non ha altro da aggiungere se non che “per bloccare lo “spossessamento” (perdita del titolo di proprietà sulle case), gli abusivi incendiano tutto”.  Tutto questo senza uno straccio di prova: non una testimonianza, non una foto, non un numero che indichi chi e quali abusivi stiano incendiando questo fantomatico “tutto”. Anzi, facendo un unico pastone di gente che respira fumi e spegne fuochi da giorni, proprio come quando nel 2004 un ragazzo tredicenne agli scout mi disse che tanto tutto va nello stomaco, mangiando pasta-pane-tonno-formaggio dal pentolone. Il pastone.

Affermazioni gravi proprio mentre le fiamme divampano sul Vesuvio e i residenti, secondo decine di testimonianze online (bastino per tutte quelle pubblicate sulla pagina del Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci, preziosissima fonte di dati di prima mano) stanno affrontando da giorni gli incendi con mezzi insufficienti forniti dai servizi di emergenza e, sostanzialmente, provvedendo a fare il possibile per evitare ulteriore distruzione.

Quand’anche fosse vero che “gli abusivi” (chi? dove? quanti? e come lo sai?) incendino “tutto” (tutto che?), sarebbe utile capire dove siano le fonti, come sia possibile verificarle e, soprattutto, quanto sia opportuno lanciare strali invece di, da storico e letterato, aiutare noi popolino a far capire cause e conseguenze degli incendi e le radici storiche dei fatti.

Sia ben chiaro, nessuno nega l’abusivismo e quanto questo sia legato da decenni di mala-gestione politica. Resta comunque da capire come mai un docente universitario, di stanza a Napoli, non indirizzi il dibattito su fatti o opinioni ragionate invece di illazioni e generalizzazioni. A cui Macry, a memoria, non paia esser nuovo, come il famoso articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno nel 2014 dove descriveva gli “antagonisti di sinistra” (!) come “nuovi reazionari” che “si oppongono alla soluzione del problema dei rifiuti, alla messa a profitto di Bagnoli, alle trivelle. Ovvero a ogni ipotesi di accrescimento della ricchezza locale”. Tutto assieme: antagonismo, trivelle, no-Tav, Terra dei Fuochi, rifiuti, Bagnoli. “Effetti occupazionali dell’edilizia”. “Progresso” (!).

Un altro esempio viene da Marino Niola, professore ordinario di Discipline demoetnoantropologiche alla Suor Orsola Benincasa, dove, dice sul suo sito, insegna “Antropologia dei Simboli, Antropologia delle arti e della performance e Miti e riti della gastronomia contemporanea”, e si definisce “antropologo della contemporaneità”.

Il peggio del peggior determinismo ambientale prende piede in un suo commentario apparso su Repubblica, dove scrive:

In realtà, non è il Vesuvio che appartiene a Napoli, ma è Napoli che appartiene al Vesuvio. E questo spiega il carattere degli abitanti di una terra contesa tra il mare e la lava. Espressivo ed esplosivo, ottimista e fatalista, vitale e teatrale. Pieno di quella proverbiale esuberanza tellurica che rimescola godimento e sentimento, passione narcisistica e scoramento malinconico. Molti grandi viaggiatori hanno spiegato il temperamento dei partenopei proprio con la presenza incombente del fuoco che circonda da ogni parte la città e i suoi dintorni“.

Un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte: positivismo e determinismo geografico che manco io da matricola, paradigmi fatti fuori da oltre cento anni per far posto a prospettive in grado di analizzare relazioni complesse e sistemiche tra gli attori, i gangli dei poteri,  le interconnessioni tra l’individuo, le comunità locali e le varie componenti ambientali, scale che si scompongono e ricompongono a seconda di eventi e protagonisti.

Come scrive un altro antropologo su Lavoro Culturale, proprio in merito al Vesuvio:

da politici e tecnici, infatti, è frequente ascoltare dichiarazioni che dipingono gli abitanti dell’area vesuviana come «insensibili al rischio», “irrazionali e irresponsabili”, “superstiziosi e fatalisti”. Si tratta di giudizi di valore che svelano l’implicito etnocentrismo di chi li esprime e che mostrano una chiara incomprensione della complessa realtà socio-culturale locale. 

Banalizzazioni, insomma, a cui manca solo Pulcinella, ‘a pizza ‘o mare e ‘o putipù, per farle invece apparire per quelle che sono realmente: appiattimenti irricevibili e gravissimi, in particolare se questi vengono da chi, all’interno delle aule universitarie, dovrebbe contribuire a decostruirli. E, sostanzialmente, combattere.

Il nulla, ma di prestigio!

 

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L’incendio della Grenfell Tower a Londra: ingiustizie e diseguaglianze

 

 

L’incendio della Grenfell Tower avvenuto a Londra il 14 giugno ha suscitato clamore e polemiche non solo in Europa. Da un lato, si punta il dito contro la ristrutturazione del 2014 con materiali poco resistenti al fuoco e gli avvertimenti lanciati dai residenti della struttura. Dall’altro, l’incendio rivela le disuguaglianze in atto a Londra, dove decenni di gentrificazione hanno portato a forti differenze di classe che spingono a considerare lo sviluppo della citta’ sulla base dei bisogni dei ricchi, invece della working class, che costituiva la maggioranza dei residenti della Grenfell Tower.

Di questo e altro abbiamo discusso su un articolo pubblicato su The Conversation, portale in inglese di divulgazione accademica e a diffusione globale. L’articolo e’ stato scritto da me medesimo con Jason von Meding (Senior Lecture in Disaster Risk Reduction, University of Newcastle, Australia), Jean Cristophe Gaillard (Associate Professor, University of Auckand, NZ)  e Ksenia Chmutina (Lecturer, University of Loughborough, UK).

Il pezzo e’ stato poi ripubblicato in italiano in Sismografie, focus su rischi e disastri del blog Lavoro Culturale e che curo con Fabio Carnelli (Bicocca, Milano) e Stefano Ventura (Osservatorio sul Doposisma).

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Nuovo post sul blogghe Disasters&Development: “Transition Through Disaster: Christchurch”

Qualche giorno fa io e il mio collega/supervisor Jason von Meding abbiamo pubblicato  un nuovo pezzo sul blog Disasters&Development della University of Newcastle, da buoni tenutari e boss dello stesso.

Il pezzo che trovate qui, descrive lo “stato dell’arte” della ricostruzione a Christchurch a 5 anni dal sisma del 2010 e a oltre 5 dalla scossa distruttiva del Febbraio 2011.

Con alcuni studenti abbiamo parlato con alcuni attori che a loro modo hanno avuto un ruolo nella ricostruzione: amministrazioni locali, gruppi locali che hanno dato il vita a iniziative spontanee o si sono opposti allo status quo, piccole attivita’ imprenditoriali sorte dopo il sisma, anche il direttore di un museo che, a quanto pare, ora e’ parechcio antisismico.

La Cattedrale (foto dell’autore)In foto (mia): la Cattedrale di Christchurch, con l’abside crollato ben dopo il sisma di Febbraio 2011.

Si parla pertanto di iniziative dal basso, di conflitti, di speculazione, di tentativi di fermare questa speculazione, di piccola imprenditoria e tanto altro.

Il testo, in sostanza, e’ una versione in inglese, riletta ed estesa, del pezzo pubblicato su

“Christchurch, sei anni dopo. Tra centralizzazione, shock economy e progetti dal basso”

pubblicato su Sismografie/Lavoro Culturale e ovviamente riportato pure su questo blogghe.

“Hurricane Matthew is just the latest unnatural disaster to strike Haiti”, su The Conversation

Il passaggio dell’uragano Matthew tra le coste sudamericane, caraibiche e del Sud degli Stati Uniti ha mostrato ancora una volta come le discussioni sui danni provocati da un disastro sottendano sempre enormi differenze socioeconomiche. Moltissimi media (anche specializzati e anche stranieri) si sono concentrati su Florida e Georgia, dove l’uragano ha causato, per ora, 19 vittime con danni ingenti ed evacuazioni.

Le morti sono uguali, non si discute se questo. Resta pero’ vero che ad Haiti, paese gia’ martoriato da secoli di sfruttamento, da decenni di capi di stato fantocci e poi dal maledetto terremoto del 2010 che ha paralizzato il paese e dal quale dopo sei anni non riesce ancora a risollevarsi, l’uragano Matthew ha provocato oltre 1000 (1000, ripeto) morti. Nella sfortuna, fortuna ha voluto non abbia colpito Port-au-Prince, capitale ancora in ginocchio dal sisma, ma alcuni tratti costieri occidentali.

Haiti e’ un paese vulnerabile perche’ povero, sfruttato, affamato da politiche colonialiste e neocolonialiste predatorie, non ultime quelle NGO che dopo il sisma del 2010 sono arrivate in loco intascando miliardi su miliardi senza alcuna ricaduta sui territori, abbandonati alle rovine, all’igiene precaria e al colera.

Insomma, su The Conversation, tra i primi siti al mondo di divulgazione scientifica, con taglio molto giornalistico e auanasghemps, abbiamo cercato di puntualizzare perche’ Haiti e’ ancora troppo vulnerabile ai disastri, e con chi ce la dobbiamo prendere (colonialismo, Stati Uniti, Nazioni Unite).

Se volete, lo trovate qui

https://theconversation.com/hurricane-matthew-is-just-the-latest-unnatural-disaster-to-strike-haiti-66766

Ave

“Christchurch, sei anni dopo. Tra centralizzazione, shock economy e progetti dal basso”, mio nuovo post su Sismografie-Lavoro Culturale

Ad aprile 2016, con alcuni studenti del Master of Disaster Preparedness and Reconstruction della University of Newcastle, abbiamo trascorso tre giorni a Christchurch dove abbiamo avuto modo di parlare con alcuni attori impegnati nel processo di ricostruzione della citta’ dopo il sisma distruttivo di agosto 2011, che ha causato 185 morti e moltissimi danni al tessuto urbano. Da questo brevissimo ma intenso lavoro di campo sono nate delle riflessioni sul ruolo di alcuni attori nella ricostruzione, sui conflitti che si vengono a creare e sugli interessi divergenti che vengono inequivocabilmente a galla e necessitano di essere analizzati o quantomeno descritti. Si parla pertanto, tra gli altri, della gestione ambigua del post-sisma da parte del governo centrale, delle mire speculative su aree residenziali, di lotta per salvaguardare dalla distruzione il patrimonio culturale, e di alcuni iniziative di organizzazione dal basso, di aggregazione sociale, di gestione degli spazi pubblici, di ri-creazione del proprio lavoro.

Queste riflessioni erano pronte a luglio, ma i responsabili di Sismografie avevano giustamente deciso di rimandare la pubblicazione a settembre. Poi, dopo il terremoto nell’Appennino Piceno-Laziale, Sismografie ha iniziato una serie di riflessioni sul sisma, proprio con un mio intervento sulla mancanza delle scienze sociali nel dibattito post-sisma, e che ovviamente avevo anche pubblicato qui sul blogghe.

Chiunque voglia leggerlo, vada qui.

 

 

 

 

Ricostruzione post-sisma nei territori dell’Appennino Piceno-Laziale: Errani vuol dire fiducia?

Pubblica ammenda

Inizio da una pubblica ammenda sulla denominazione del sisma. In un post da me scritto e indebitamente circolato (qui e qui in inglese, e qui tradotto in italiano), ho utilizzato la locuzione “Italia Centrale” per indicare il terremoto del 24 agosto. Questo perché i primi articoli capitatimi sotto mano quel giorno erano di quotidiani in inglese, che dovevano facilitare la localizzazione dell’evento ai propri lettori, poco adusi alla conoscenza -e ancor meno alla scrittura o pronuncia- di piccole realtà come Amatrice, Accumoli o Arquata del Tronto. E però il come denominare un sisma non è questione di lana caprina, ma ha risvolti politici importanti. Come faceva notare nel suo tagliente profilo Facebook Lina Calandra, professoressa associata di geografia all’Università dell’Aquila e curatrice di Territorio e Democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano (L‘Una,  2012) -un gran bel libro su come istituzioni, società e territorio abbiano interagito nel post-sisma aquilano e al quale io ho indegnamente contribuito con un capitolo-, ripresa anche dal portale aquilano NewsTown, la denominazione generica di terremoto del Centro Italia o dell’Italia Centrale rappresenta una cornice scientemente astratta e generica che consente spazi di manovra politica per contrattare/ricattare chi deve/può stare “dentro” al terremoto (o al cratere sismico) e chi no.

A queste riflessioni, aggiungo che è inoltre necessario fare in modo che il nome assegnato al sisma “racconti” quei luoghi non come mero toponimo ma come vissuti ed esperiti nella complessità delle trame relazionali tessute tra individui, comunità, e ambiente naturale e costruito. Italia Centrale, pertanto, non risponde a tutte queste domande; in ottica meramente nozionistica, Cavezzo (MO) e San Giuliano di Puglia (CB) sono entrambe considerabili come Italia Centrale, ma l’unica cosa che li accomuna è che si trovano in Italia e sono stati colpiti da un sisma dopo l’anno 2000. Occorre qualcosa che sia in grado di descriverli e identificarli “politicamente” -secondo Lina- consentendo simultaneamente anche la loro localizzazione a futura nostra memoria storica, aggiungo io. Citando ancora NewTown, il terremoto ha colpito due parchi nazionali (dei Monti Sibillini, e del Gran Sasso e Monti della Laga), almeno tre zone dell’Appennino centrale (Picena, Laziale e Umbra), interessando diversi comuni dell’Alta valle del Tronto e parte dell’Alta valle del Velino. Ora, senza portarvi alle calende greche, la proposta di Lina -che accolgo- è quella di evitare Italia Centrale e di andare a tentativi. Lina propone terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale, sebbene aggiunga che occorrerebbe farlo decidere alle popolazioni colpite o almeno capire come preferirebbero essere identificate. Non credo che la denominazione funzioni ancora, ma visto che questa è solo una lunga introduzione a un post che vorrebbe parlare d’altro, e visto che anche NewsTown, l’unica fonte ad aver considerato la questione, appoggia Appennino Piceno-Laziale, per ora scegliamo questo. Vedremo, baglionianamente, strada facendo. Fustigatomi col cilicio per la generalizzazione dei miei primi interventi, andiamo avanti.

La nomina di Vasco Errani a Commissario straordinario per la ricostruzione

Il cratere sismico per ora comprende questi comuni: Acquasanta Terme (AP), Arquata del Tronto (AP), Montefortino (FM), Montegallo (AP) e San Montemonaco (AP), nelle Marche; Montereale (AQ), Capitignano (AQ), Campotosto (AQ), Valle Castellana (TE), e Rocca Santa Maria (TE), in Abruzzo; Accumoli (RI), Amatrice (RI) e Cittareale (RI) nel Lazio; Cascia (PG), Monteleone di Spoleto (PG), Norcia (PG), e Preci (PG) in Umbria. Il primo settembre, Vasco Errani è stato nominato Commissario straordinario di Governo per la ricostruzione in questi territori. Secondo il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, la nomina di un commissario per la ricostruzione a meno di dieci giorni dal terremoto consentirà di operare nella fase dell’emergenza avendo chiare le prospettive future. Infatti, già l’attuale fase dell’assistenza alla popolazione comporta decisioni che avranno ricadute sulla ricostruzione. L’attuale nomina di Vasco Errani (ex presidente della Regione Emilia-Romagna durante il sisma di maggio 2012 e anche Commissario straordinario per la Ricostruzione dopo l’evento) rompe pertanto quella prassi consolidata del Presidente di Regione come Commissario per la Ricostruzione. A ragione, probabilmente, dato che le regioni colpite e inserite nel cratere sono quattro (Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo) e designarne uno tra i quattro presidenti avrebbe certamente creato malcontento.

In seguito al terremoto di San Giuliano di Puglia del 31 ottobre 2002, il Commissario designato fu quel Pagliaccio Baraldi di Michele Iorio, Presidente della Regione Molise quota Forza Italia, poi indagato per aver ampliato abusivamente senza competenza e legittimazione l’area del cratere stabilito dalla Protezione Civile, anche per fini elettorali-propagandistici, elargendo contributi finanziari e benefici fiscali per la realizzazione di opere non collegate al sisma. Si era addirittura fatto redarguire dal noto tropicalista Guido Bertolaso, allora capo della Protezione Civile e oggi dispensatore di consigli sulla gestione post-terremoto dalla Sierra Leone, facendolo apparire come uno statista integerrimo.

In seguito al sisma aquilano del 6 aprile 2009, il Commissario designato fu l’allora Presidente di Regione Gianni Chiodi, quota Forza Italia, indagato per giochi di prestigio di fondi post sisma deviati all’amante e per varie connivenze con società e imprese impegnate nel post sisma. Dopo la doppia scossa di maggio 2012 in Emilia-Romagna (a proposito, come denominiamo questo sisma?) fu designato invece l’allora Presidente di Regione Vasco Errani, quota PD, poi dimessosi nel 2015 dopo essere stato invischiato, ma assolto, in una storia di fondi destinati alla cooperativa del fratello.

Ma chi è, allora Vasco Errani? Quale fiducia riporgli? Come giudicare quanto finora fatto in Emilia-Romagna? Facendo altra pubblica ammenda, la centralizzazione della gestione del post-sisma aquilano, le consorterie istituzionali, i tentativi continui di esautorazione degli amministratori locali e la politicizzazione di ogni singolo atto hanno fagocitato la mia (nostra) attenzione facendomi/ci perdere di vista un terreno interessante -per struttura economica e momento storico istituzionale- come quello emiliano. In questo giorni il Fatto Quotidiano, definito un “mattinale” da Giuliano Ferrara in un memorabile e pulp menage à trois con Travaglio e Mentana qualche anno fa, ha avuto a mio avviso il merito di anticipare tutti i quotidiani italiani trattando temi abbastanza utili al dibattito. Mentre cani e visi stravolti si alternavano sulle home page, Il Fatto Quotidiano pur non essendoseli fatti mancare è stato ad esempio il primo a cogliere l’unicità del caso di Norcia, le cui ricostruzioni post-sisma del 1979 e 1997 sono servite a migliorare la tenuta antisismica del tessuto edilizio, che ha subito un numero relativamente limitato di danni in questi giorni. Va aggiunto comunque per dovere di cronaca che Norcia, come visto sopra, rientra al momento nel cratere e, in occasione di una scossa 3.4 M avvenuta stanotte, ha subito piccoli crolli sulle mura antiche.

Il Fatto è anche l’unico, mi pare, ad aver intervistato un rappresentante dei comitati cittadini in Emilia-Romagna, nello specifico Aureliano Mascioli, uno dei responsabili del comitato sisma.12, costituitosi durante l’emergenza per farsi portavoce delle istanze dei cittadini nella ricostruzione. Mascioli contesta a Vasco Errani soprattutto le promesse non mantenute, come lo smantellamento dei MAP entro due anni e gli indennizzi per i privati in seguito ai danni riportati. I MAP sono ancora lì, e gli indennizzi promessi non sono ancora stati elargiti. I dati citati dal Fatto in merito agli abitanti ancora fuori casa, come mi fa notare Lina Calandra, sembrano abbastanza sballati (sempre meglio controllare le fonti, eppure dovrei saperlo); tuttavia, i dati ufficiali al 4 luglio 2016 sul portale della Regione Emilia-Romagna riportano che le prenotazioni che devono ancora trasformarsi in domande di contributo sono 1528, mentre quelle in lavorazione sui Comuni sono oltre 9000. Mascioli non nasconde comunque alcuni meriti di Errani, in particolare l’essere riuscito a ottenere 6 miliardi con un sistema finanziato dalla Cassa depositi e prestiti tramite credito di imposta, consentendo l’elargizione dei contributi pubblici per la ristrutturazione. In generale, secondo Mascioli, Vasco Errani ha peccato in generale di una mancata progettualità e, soprattutto, non ha dialogato direttamente coi terremotati e non ha concepito gli stessi come soggetti pensanti.

In un’intervista rilasciata a Panorama, Errani ha dichiarato di non essere un commissario calato dall’alto. Però, ecco, ci spieghi cosa vuol dire, perché di primo acchito la sua nomina ha tutta l’aria dell’affidamento – da parte di Renzi- di una carica a un trombato del PD ora “sotto una veranda ad aspettare le nuvole”. Errani aggiunge anche che farà riferimento direttamente al premier Renzi. Sembra già di sentire lo stridio delle unghie sulla lavagna, il verticismo aquilano, le prebende, le consorterie, la longa manus degli amici di. Errani dice inoltre che non deciderà da solo, ma sempre in raccordo con Cantone (Autorità nazionale anticorruzione) e con il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, e che la priorità è l’identità del territorio garantendo piena assistenza ai cittadini.

Mettendo insieme i pezzi, vien fuori un potenziale ritratto iniziale di Errani, uno che ama dialogare con il capo ma non è capace di parlare con chi il sisma lo ha subito. Se è infatti importante (fondamentale!) vigilare sulla corruzione endemica del post sisma e dialogare sia con la Protezione Civile che con le sfere governative, mi chiedo comunque se Errani sia in grado di cogliere la differenza tra assistenza ai terremotati e coinvolgimento degli stessi. Da un lato ci deve essere la necessaria assistenza economica e il supporto organizzativo, logistico e istituzionale. Dall’altro lato è però necessaria l’apertura alle istanze locali e alla possibilità delle stesse di rimettersi in gioco, di reinventarsi un lavoro, di ripensare ai propri luoghi e alle proprie case, di riflettere su come ricreare il proprio futuro. Come infatti dichiarato su IlCiriaco da Stefano Ventura, storico ed esperto della ricostruzione post-sisma in Irpinia, non far sentire i cittadini come soggetti deboli da accudire, ma parte del processo di rinascita delle loro comunità, li inserisce in un sistema di partecipazione continua che può portare a ricostruzioni condivise, efficaci e rispettose del territorio. Garantire soltanto piena assistenza è un atto paternalistico. Includere, stimolare, mettere in condizioni il mammut istituzionale di muoversi nella cristalliera delle comunità locali, è invece il passo necessario.

Pertanto, quali strategie di ricostruzione applicherà Vasco Errani? Una trasposizione di un tossico ed etereo “modello Emilia” applicato nelle aree colpite? Un generalistico modello ex novo? O invece una strategia inclusiva, che non generalizzi ma che tenga conto della diversità sociale e territoriale?

Come affronterà con Cantone il rischio infiltrazioni?

Come riuscirà a circoscrivere una potenziale ingerenza della Protezione Civile?

Come medierà il protagonismo renziano con i tempi della ricostruzione? E come si confronterà con il rettore del Politecnico di Milano  Giovanni Azzone, appena chiamato dal sor Matteo come project manager del Progetto Casa Italia per la ricostruzione nelle aree terremotate?

E come riuscirà a bypassare i presidenti delle quattro regioni coinvolte? Che tipo di relazioni si stabiliranno?

Come e quanto sarà in grado di includere la riduzione del rischio sismico nella ricostruzione?

Come si confronterà con le comunità e le amministrazioni locali?

Soprattutto, che ruolo e che peso avranno, realmente, i territori?

Giudizio sospeso, per ora.

 

N.B.: Sono state fatte delle modifiche in seguito ad alcune osservazioni di Lina Calandra, che ringrazio.

 

Il terremoto in Italia centrale: narrazioni stereotipate e le scienze sociali mancanti / The earthquake in Central Italy: stereotyped narratives and missing social science

Ho scritto un post per il nostro blogghe Disasters&Development alla University of Newcastle. Tratta ovviamente del recente terremoto oramai definito “del Centro Italia”. Non fornisco indicazioni sulle cause del disastro e su come ricostruire e come ridurre il rischio. Ce ne sono gia’ molte e probabilmente sono migliori di come ve le farei io. Leggendo un po’ di roba in inglese ho pero’ notato che continua a persistere il nostro stereotipo di svogliati e corrotti, non solo ristretto a una buona fetta del sistema amministrativo italiano (e sebbene su questo punto abbiano un bel po’ di ragione, l’estero non e’ certo popolato da santerellini) ma soprattutto allargato alla popolazione italiana che avrebbe tra i propri valori comuni la non accettazione delle regole. Cosa che, pertanto, dovrebbe influire sulla mancata prevenzione. Resta pero’ il fatto che la storia dei disastri italiani e’ piena di esperienze condivise, di richieste di trasparenza e “democrazia”, di politica dal basso che la corruzione ha quantomeno cercato di combatterla e di non farla allargare.

Dico inoltre che le scienze sociali mancano nel dibattito in corso fino ad ora, eppure esse sono egualmente importanti rispetto alle “scienze dure”, perche’ il disastro e il rischio sono cose complesse che interessano persone, e quindi bisogni differenti, conoscenza e livelli di comprensione differenti. E le scienze sociali, alle quali io tapino appartengo, servono anche a decostruire queste narrative tossiche e stereotipizzanti dell’italiano cafone e Pulcinella.

Questa è una versione leggermente modificata e tradotta in italiano del testo originale in inglese, pubblicato il 27 Agosto su Disasters & Development, blog della sezione di disaster management della School of Architecture and Built Environment, University of Newcastle, e ripubblicato il 28 Agosto su ENTITLE blog di ENTITLE, rete di ricercatori di ecologia politica che tratta principalmente di rapporti conflittuali tra ambiente, sviluppo e neoliberismo.

Ecco il testo, che trovate anche nel gruppo Facebook “Protezione civile e riduzione del rischio da disastri”:

“Il modo in cui il terremoto dello scorso 24 agosto è stato raccontato sul web sembra aver utilizzato, e utilizzare tuttora, un approccio esclusivamente basato sulle scienze dure, che tende a focalizzarsi sul patrimonio culturale e sulle necessarie discussioni sull’adeguamento antisismico. In tal modo, tuttavia, si escludono tutte quelle variabili sociali e umane che intervengono in uno scenario di disastro, in particolare in casi di fenomeni drammatici e a larga scala come i terremoti. Questo porta a puntare il dito sui soliti stereotipi sull’Italia e gli italiani, e afferma ancora una volta la necessità di raccontare il disastro da angolature differenti e molteplici, in grado di cogliere la diversità e la complessità della sfera sociale senza banalizzare il fenomeno come una mera questione tecnica e tecnicistica. Di seguito espongo pertanto alcune brevi riflessioni, forse ancora disordinate, su un paio di articoli che ho avuto modo di leggere dal 24 agosto, quando il terremoto ha causato la morte di 290 persone in tre comuni (230 ad Amatrice, 11 ad Accumoli e 49 ad Arquata del Tronto), oltre 300 feriti e 2500 evacuati.
“Stai parlando con me?” (Robert De Niro, Taxi Driver, 1976)
Su IRIN, portale di approfondimento su contesti emergenziali e conflitti, Gully (2016) si concentra sulla conservazione del patrimonio culturale e sostiene la necessità sacrosanta per l’Italia per gli investimenti in adeguamento antisismico. Allo stesso modo, gli abitanti devono comunque impegnarsi nell’accrescere la loro consapevolezza sul rischio sismico. A tal proposito l’articolo cita Michele Calvi, professore di ingegneria sismica allo IUSS di Pavia. Calvi sostiene che la maggior parte degli edifici nella zona interessata sono di proprietà di persone anziane o sono seconde case per cui, insomma, non ci sarebbe stata una grande motivazione nell’investire in strutture antisismiche. Calvi ritiene dunque necessario creare delle forme significative di incentivo per abitanti e proprietari.
Non c’è niente di sbagliato nelle sue parole, naturalmente. Sono cose che diciamo da anni e trovano certamente d’accordo tutti noi. Quello che a mio avviso non va è la tipologia di esperto selezionato nel parlare di disastri da un punto di vista che include anche abitanti e in generale le comunità locali. Calvi è in realtà un ingegnere che ha di fatto promosso il progetto CASE e supportato il governo Berlusconi nella sua realizzazione (Calvi e Spaziante, 2009). Progetto CASE che, ricordiamo, ancora oggi rappresenta una delle soluzioni abitative post-disastro maggiormente criticate a livello globale. 19 nuovi insediamenti sparsi distribuiti in tutta L’Aquila, paradossalmente costruiti, tramite un approccio top-down superficiale e frettoloso, come misura temporanea per la gestione emergenziale ma con finalità permanenti (Alexander, 2013). Un progetto che ha modificato radicalmente l’uso del suolo, il paesaggio e l’organizzazione spaziale, senza servizi pubblici, trasporti pubblici efficienti e spazi per la socializzazione che rappresentano fattori essenziali in un tessuto sociale lacerato (Calandra, 2012; Forino, 2015; Fois e Forino, 2014). Pertanto, per un lettore con almeno una minima conoscenza del fenomeno disastri in Italia come ritengo di essere, è abbastanza frustrante che a uno scienziato come Michele Calvi, dopo aver messo da parte decenni di ricerca sociale progressista e inclusiva applicata ai disastri tramite il suo operato all’Aquila, sia stato dato spazio per parlare di colpe e problemi degli abitanti nelle zone colpite. A che titolo, insomma?
Ehi, Italiano: pizza, spaghetti e mandolino
Un altro pezzo interessante è quello di Hooper (2016) che, sul Guardian, scrive: “la burocrazia italiana rispecchia i valori della società, in particolare il disprezzo generalizzato degli italiani per le regole di ogni tipo e la prevalenza di funzionari pigri e politici apatici, se non addirittura corrotti”. La corruzione sistematica permea certamente gran parte dei livelli politici e istituzionali italiani, in particolare tramite la sovrapposizione tra lobby finanziarie ed economiche, mafie di vario genere, e influenti cariche pubbliche. Nel quadro politico italiano le attività illegali sono spesso usate come longa manus di sistemi istituzionalmente “legali” che stuprano i territori attraverso inquinamento industriale, rischio ambientale o uso privatistico delle risorse naturali, il tutto con il beneplacito delle istituzioni legali, sebbene malcelato da un apparente contrasto formale. Questo, naturalmente, si riflette anche nelle fasi post-disastro. La letteratura scientifica nazionale e internazionale sull’Italia è piena di esempi di ricostruzione post-sisma (sebbene non limitati solo ai terremoti) guidati da lobby imprenditoriali e finanziarie, intruse all’interno di gangli politici conniventi al fine di aumentare i costi della ricostruzione e i relativi fondi da erogare (Caporale, 2010). Questo processo è stato in alcuni casi dilazionato su diversi decenni ed è stato manovrato da una cerchia ristretta di persone influenti nel mondo politico, industriale e finanziario, lasciando briciole al resto della comunità e contribuendo ad esacerbare emigrazione, disoccupazione, ingiustizia sociale e spaziale. In una sorta di ricostruzione perenne associata a misure assistenzialistiche e sviluppiste nel Mezzogiorno, stiamo ad esempio ancora inviando fondi per il Belice, l’Irpinia e il Molise, con una crescita sociale, culturale, economica e lavorativa limitata o nulla (Caporale, 2010).
Tuttavia, l’Italia non è una pecora nera all’interno di un gregge supposto innocente e virtuoso, comprendente Stati Uniti, Unione Europea, Australia, o dittatori fantoccio di tutto il mondo. Anche la politica mondiale attuale dimostra infatti che concetti come “legale” e “illegale” hanno sempre più sovrapposizioni che differenze, con il “legale” che utilizza -sebbene apparentemente lo colpevolizzi- l’“illegale” per perpetrare disuguaglianze sociali e spaziali o trovare capri espiatori in modo da eludere pubbliche responsabilità. Guerre, sfruttamento, neo-colonialismo, razzismo, violenze sui richiedenti asilo, la propaganda dello “scontro di civiltà” lo dimostrano ogni giorno, a ogni scala e latitudine. L’Italia è quindi perfettamente inquadrata all’interno di un sistema globale comune e contraddittorio modellato da pratiche neoliberiste ed escludenti. Inoltre, quanto citato dall’articolista del Guardian non considera l’altro lato della ricostruzione post-disastro in Italia. In molte aree post-sisma il paese ha vissuto momenti di forte mobilitazione sociale nata per rivendicare democrazia, partecipazione, diritti e leggi, come ad esempio la lotta per il diritto al lavoro e a una pronta ricostruzione in Belice con Danilo Dolci, in Campania e Basilicata con i primi comitati nelle tendopoli (Ventura, 2010), i piani di ricostruzione dal basso di alcune frazioni aquilane (Forino, 2015), iniziative comunitarie (Fois e Forino, 2014) e pratiche di partecipazione (Calandra 2012) all’Aquila, o come la mobilitazione di base in Emilia (Hajek, 2013).
Hooper (2016) pertanto riesce a banalizzare, probabilmente perché non ne è a conoscenza, tutte quelle richieste dal basso di trasparenza, democrazia e leggi che, nella ricostruzione post-disastro, si sono opposte alla corruzione sistematica e all’esclusione dei cittadini. Parlare di “valori di una società” è pertanto sempre problematico, soprattutto quando si cerca di giudicare un intero sistema nazionale e i suoi abitanti in un evento complesso e tragico come un disastro. I valori sono sempre individuali, sebbene mediati dal contesto in cui essi vengono espressi e attuati, e sostenere che i valori della società italiana siano quelli della pigrizia, della corruzione e dell’aggirare le regole è certamente affermazione stereotipata e discriminatoria.
La mancanza delle scienze sociali
Questi articoli sono solo due tra le numerose narrative del sisma che ne hanno proposto analisi parziali e limitanti. Mentre esperti e professionisti come sismologi, geologi, ingegneri, architetti, urbanisti, economisti sono figure fondamentali nell’assistere le istituzioni nella creazione di policy e strumenti effettivi ed efficaci per la riduzione del rischio sismico, essi devono essere supportati – e devono mutualmente supportarle- da analisi rigorose dell’ampio spettro di questioni sociali che intervengono nel post-disastro. Tale analisi include ad esempio la conoscenza storica, l’analisi delle traiettorie di sviluppo locale, le esigenze specifiche di persone con disabilità, bambini o anziani, l’uso di specifiche strategie di comunicazione, la creazione di reti formali e informali nel dialogo tra cittadini e istituzioni (Ventura e Carnelli, 2015). Scienziati e professionisti come antropologi, sociologi, esperti di comunicazione e media, geografi e territorialisti a vario tipo sono altrettanto fondamentali nell’aggiungere un punto di vista umano e sociale sul disastro, e nel decostruire racconti parziali e superficiali, come questi brevemente considerati nel testo.
Bibliografia
Alexander, D.E., (2013), An evaluation of the medium-term recovery process after the 6 April 2009 earthquake in L’Aquila, central Italy. Environmental Hazards, 12 (1), 60– 73.
Calandra, L. M. (2012). Territorio e democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano. Edizioni L’Una.
Calvi, G. M., Spaziante, V. (2009). La ricostruzione tra provvisorio e definitivo: il Progetto CASE. Progettazione sismica, 3, 227-252.
Caporale, A. (2010). Terremoti spa. Dall’Irpinia all’Aquila. Così i politici sfruttano le disgrazie e dividono il paese. Rizzoli.
Fois, F., Forino, G. (2014). The self‐built ecovillage in L’Aquila, Italy: community resilience as a grassroots response to environmental shock. Disasters, 38(4), 719-739.
Forino, G. (2015). Disaster recovery: narrating the resilience process in the reconstruction of L’Aquila (Italy). Geografisk Tidsskrift-Danish Journal of Geography, 115(1), 1-13.
Hajek, A., (2013), Learning from L’Aquila: grassroots mobilization in post-earthquake Emilia-Romagna. Journal of Modern Italian Studies, 18(5), 627-643.
Ventura S., (2010), Non sembrava novembre quella sera, Mephite.
Ventura S., Carnelli, F., (eds.), (2015), Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi, Carocci.

valere, un pensiero a chi non c’e’, a chi resta, ai soccorritori umani e non  umani e a tutti coloro che tra forze armate, media, amministratori e quant’altro sono intervenuti in loco in maniera professionale e rispettosa del momento. Per quelli che non sono e non saranno tali, beh, non lo so, non auguro male ma manco bene…

 

 

 

 

“A margine dell’incidente ferroviario in Puglia: il disastro come prospettiva”. Un mio commento su Napoli Monitor

La settimana scorsa ho pubblicato sul portale di approfondimento online Napoli Monitor un commento in merito all’incidente ferroviario sulla tratta Andria-Corato secondo una prospettiva di disaster studies, con una breve riflessione su privatizzazione e trasporto ferroviario. Se vi va, lo potete leggete qui. A prescindere, Napoli Monitor merita di essere seguito.