Narrative distorte e incendi: il nulla prestigioso dalle aule universitarie

Lo scorso  anno, dopo i tragici fatti di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, lamentavo su Lavoro Culturale di quelle “narrative distorte” nell’analisi delle emergenze e dei disastri, frutto di una grave mancanza delle scienze sociali nel dibattito accademico, politico e civile. In particolare, scrivevo come alcuni servizi e interviste online sia dall’Italia che dal mondo anglofono da un lato ci considerassero come un paese di corrotti e poco inclini alle regole e, dall’altro, accusassero la popolazione di non aver costruito nel corso degli anni messo in maniera antisismica.

Chiunque si occupi di questi temi sa come queste dichiarazioni raccontino solo una parte della storia. Se certamente la corruzione gioca un ruolo preponderante come all’Aquila, essa non spiega appieno le condizioni di vulnerabilità e di differenze sociali esistenti tra chi detiene il potere e chi no, tra chi decide e chi no, tra chi può permettersi certe cose e chi no. In soldoni, quella bella locuzione di root causes of vulnerability che, invece della reductio ad unum, analizza fenomeni complessi e relazionali da scavare nella storia dei luoghi e nell’intreccio tra scale spaziali, relazionali ed economiche.

In occorrenza dei tragici incendi sul Vesuvio di questi giorni (ma ricordiamo che bruciano anche Messina, il Gargano e l’Irpinia), il refrain dell’italiano ciarlatano da additare sempre e comunque come ‘o malamente mentre intorno sei miliardi di Banderas rincorrono galline nella loro vita agreste e gioiosa, compare addirittura tra luminari accademici italiani, ai quali evidentemente non basta il rigore richiesto dall’analisi scientifica, o il buonsenso di tacere quando manchino opinioni utili al dibattito.

E’ ad esempio il caso  di Paolo Macry, professore ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Napoli Federico II, che sul suo profilo Facebook, pensando di fare un servizio al popolino lanciandone strali, non ha altro da aggiungere se non che “per bloccare lo “spossessamento” (perdita del titolo di proprietà sulle case), gli abusivi incendiano tutto”.  Tutto questo senza uno straccio di prova: non una testimonianza, non una foto, non un numero che indichi chi e quali abusivi stiano incendiando questo fantomatico “tutto”. Anzi, facendo un unico pastone di gente che respira fumi e spegne fuochi da giorni, proprio come quando nel 2004 un ragazzo tredicenne agli scout mi disse che tanto tutto va nello stomaco, mangiando pasta-pane-tonno-formaggio dal pentolone. Il pastone.

Affermazioni gravi proprio mentre le fiamme divampano sul Vesuvio e i residenti, secondo decine di testimonianze online (bastino per tutte quelle pubblicate sulla pagina del Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci, preziosissima fonte di dati di prima mano) stanno affrontando da giorni gli incendi con mezzi insufficienti forniti dai servizi di emergenza e, sostanzialmente, provvedendo a fare il possibile per evitare ulteriore distruzione.

Quand’anche fosse vero che “gli abusivi” (chi? dove? quanti? e come lo sai?) incendino “tutto” (tutto che?), sarebbe utile capire dove siano le fonti, come sia possibile verificarle e, soprattutto, quanto sia opportuno lanciare strali invece di, da storico e letterato, aiutare noi popolino a far capire cause e conseguenze degli incendi e le radici storiche dei fatti.

Sia ben chiaro, nessuno nega l’abusivismo e quanto questo sia legato da decenni di mala-gestione politica. Resta comunque da capire come mai un docente universitario, di stanza a Napoli, non indirizzi il dibattito su fatti o opinioni ragionate invece di illazioni e generalizzazioni. A cui Macry, a memoria, non paia esser nuovo, come il famoso articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno nel 2014 dove descriveva gli “antagonisti di sinistra” (!) come “nuovi reazionari” che “si oppongono alla soluzione del problema dei rifiuti, alla messa a profitto di Bagnoli, alle trivelle. Ovvero a ogni ipotesi di accrescimento della ricchezza locale”. Tutto assieme: antagonismo, trivelle, no-Tav, Terra dei Fuochi, rifiuti, Bagnoli. “Effetti occupazionali dell’edilizia”. “Progresso” (!).

Un altro esempio viene da Marino Niola, professore ordinario di Discipline demoetnoantropologiche alla Suor Orsola Benincasa, dove, dice sul suo sito, insegna “Antropologia dei Simboli, Antropologia delle arti e della performance e Miti e riti della gastronomia contemporanea”, e si definisce “antropologo della contemporaneità”.

Il peggio del peggior determinismo ambientale prende piede in un suo commentario apparso su Repubblica, dove scrive:

In realtà, non è il Vesuvio che appartiene a Napoli, ma è Napoli che appartiene al Vesuvio. E questo spiega il carattere degli abitanti di una terra contesa tra il mare e la lava. Espressivo ed esplosivo, ottimista e fatalista, vitale e teatrale. Pieno di quella proverbiale esuberanza tellurica che rimescola godimento e sentimento, passione narcisistica e scoramento malinconico. Molti grandi viaggiatori hanno spiegato il temperamento dei partenopei proprio con la presenza incombente del fuoco che circonda da ogni parte la città e i suoi dintorni“.

Un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte: positivismo e determinismo geografico che manco io da matricola, paradigmi fatti fuori da oltre cento anni per far posto a prospettive in grado di analizzare relazioni complesse e sistemiche tra gli attori, i gangli dei poteri,  le interconnessioni tra l’individuo, le comunità locali e le varie componenti ambientali, scale che si scompongono e ricompongono a seconda di eventi e protagonisti.

Come scrive un altro antropologo su Lavoro Culturale, proprio in merito al Vesuvio:

da politici e tecnici, infatti, è frequente ascoltare dichiarazioni che dipingono gli abitanti dell’area vesuviana come «insensibili al rischio», “irrazionali e irresponsabili”, “superstiziosi e fatalisti”. Si tratta di giudizi di valore che svelano l’implicito etnocentrismo di chi li esprime e che mostrano una chiara incomprensione della complessa realtà socio-culturale locale. 

Banalizzazioni, insomma, a cui manca solo Pulcinella, ‘a pizza ‘o mare e ‘o putipù, per farle invece apparire per quelle che sono realmente: appiattimenti irricevibili e gravissimi, in particolare se questi vengono da chi, all’interno delle aule universitarie, dovrebbe contribuire a decostruirli. E, sostanzialmente, combattere.

Il nulla, ma di prestigio!

 

ARTICLE TAGS

L’incendio della Grenfell Tower a Londra: ingiustizie e diseguaglianze

 

 

L’incendio della Grenfell Tower avvenuto a Londra il 14 giugno ha suscitato clamore e polemiche non solo in Europa. Da un lato, si punta il dito contro la ristrutturazione del 2014 con materiali poco resistenti al fuoco e gli avvertimenti lanciati dai residenti della struttura. Dall’altro, l’incendio rivela le disuguaglianze in atto a Londra, dove decenni di gentrificazione hanno portato a forti differenze di classe che spingono a considerare lo sviluppo della citta’ sulla base dei bisogni dei ricchi, invece della working class, che costituiva la maggioranza dei residenti della Grenfell Tower.

Di questo e altro abbiamo discusso su un articolo pubblicato su The Conversation, portale in inglese di divulgazione accademica e a diffusione globale. L’articolo e’ stato scritto da me medesimo con Jason von Meding (Senior Lecture in Disaster Risk Reduction, University of Newcastle, Australia), Jean Cristophe Gaillard (Associate Professor, University of Auckand, NZ)  e Ksenia Chmutina (Lecturer, University of Loughborough, UK).

Il pezzo e’ stato poi ripubblicato in italiano in Sismografie, focus su rischi e disastri del blog Lavoro Culturale e che curo con Fabio Carnelli (Bicocca, Milano) e Stefano Ventura (Osservatorio sul Doposisma).

Grenfel1

 

 

 

Recensione a “Fault Lines – Earthquakes and Urbanism in Modern Italy”

E’ da poco uscita la mia recensione (in inglese) al bellissimo libro (in inglese) Fault Lines – Earthquakes and Urbanism in Modern Italy (Berghahn Book, 2015) di Giacomo Parrinello, storico e storico dell’ambiente, Assistant Professor of environmental history at the Centre for history of the Paris Institute of Political Studies.

Il libro si concentra sui sismi di Messina (1908) e del Belice (1968) e sulle loro continuita’/discontinuita’ con le preesistenti pratiche di pianificazione e sviluppo territoriale. Un libro scritto benissimo, frutto di una ricerca d’archivio meticolosa e attenta, corredato da immagini e fotografie molto belle e significative.

Trovate la recensione su ENTITLE blog, un blog di riflessioni su ecologia politica, capitalismo e “sviluppo”, che ogni tanto ospita qualche mia riflessione.

 

“Il genocidio dei Rohingya in Birmania: voci dai villaggi e i campi nel Rakhine”, un mio reportage pubblicato sulla rivista di geopolitica Eastonline

A dicembre ho avuto modo di visitare i villaggi e i campi in cui il governo birmano costringe il popolo Rohingya, di fede islamica, da generazioni in Myanmar.

Sono stato a Sittwe e dintorni, nel Rakhine State, in cui vivono gran parte dei Rohingyas che non sono emigrati nel confinante Bangladesh, anche li’ soggetti a privazioni e violenze.

Ho scritto un pezzo grazie alle testimonianze di una ONG che distrubuisce aiuti umanitari nei campi e di alcuni dei loro abitanti.

Il pezzo e’ stato pubblicato su una buona rivista di geopolitica online, Eastonline, e lo trovate qui, condito da alcune foto di volti e dei campi.

Un album di mie foto nei campi agli abitanti  Rohingya lo trovate anche sul mio profilo Facebook, qui.

 

Modamare Myanmar ’16, by me medesimo

15621712_10211742005369137_897349184185920070_n

Modamare Myanmar ’16

Buona lettura

Riotta e Robbetto

Poco prima di pranzo ho acceso la tv. E’ comparsa Antonella Clerici tutta cosparsa di panna (slurp slurp), allora ho cambiato. Ho messo il 54, perche’ ricordavo corrispondesse a Rai Sport 1: magari beccavo Franco Bragagna che commentava la Coppa del Mondo di sci di fondo da Lillehammer o qualche replica delle gare di vela dalle Olimpiadi di Rio. Il 54 invece corrisponde a Rai Storia, dove Gianni Riotta intervistava Robbetto Saviano su Donald Trump.

Mesto, ho lasciato la tv accesa, sono andato in cucina e ho appiccato il fuoco accendendo il gas e urlando Allah Akhbar. La cucina e’ esplosa, il giardino ha preso fuoco. Il caco, il nespolo, il pero improduttivo da decenni, anche quelle cazzo di camelie, il tasso, gli allori, i papiri, le ortensie, l’olivo. Le rose, quelle maledette rose. Le case dei vicini stanno incendiandosi, i vicini si gettano fumanti dai balconi. Merli e piccioni sono abbrustoliti sull’asfalto, pure passerotti, gatti randagi, lucertole, cani da strada che avrebbero certamente avuto vita migliore se qualcuno avesse lanciato una raccolta fondi per la loro mancanza di croccantini. Pompieri intenti a spegnere le fiamme cadono intossicati. Macchine di passaggio saltano per aria. Cadono muri. Monteforte non esiste piu’.

Sto partendo per Tallahassee (Florida), per stringere la mano alla famiglia Casper, padre, madre e due figli. Foto di famiglia armati fino ai denti, barboncino con cappottino camouflage, gatto con occhi assetati di sangue.

Un amico di Gianni Riotta e Robbetto Saviano

RAITRE

Nuovo post sul blogghe Disasters&Development: “Transition Through Disaster: Christchurch”

Qualche giorno fa io e il mio collega/supervisor Jason von Meding abbiamo pubblicato  un nuovo pezzo sul blog Disasters&Development della University of Newcastle, da buoni tenutari e boss dello stesso.

Il pezzo che trovate qui, descrive lo “stato dell’arte” della ricostruzione a Christchurch a 5 anni dal sisma del 2010 e a oltre 5 dalla scossa distruttiva del Febbraio 2011.

Con alcuni studenti abbiamo parlato con alcuni attori che a loro modo hanno avuto un ruolo nella ricostruzione: amministrazioni locali, gruppi locali che hanno dato il vita a iniziative spontanee o si sono opposti allo status quo, piccole attivita’ imprenditoriali sorte dopo il sisma, anche il direttore di un museo che, a quanto pare, ora e’ parechcio antisismico.

La Cattedrale (foto dell’autore)In foto (mia): la Cattedrale di Christchurch, con l’abside crollato ben dopo il sisma di Febbraio 2011.

Si parla pertanto di iniziative dal basso, di conflitti, di speculazione, di tentativi di fermare questa speculazione, di piccola imprenditoria e tanto altro.

Il testo, in sostanza, e’ una versione in inglese, riletta ed estesa, del pezzo pubblicato su

“Christchurch, sei anni dopo. Tra centralizzazione, shock economy e progetti dal basso”

pubblicato su Sismografie/Lavoro Culturale e ovviamente riportato pure su questo blogghe.

“Hurricane Matthew is just the latest unnatural disaster to strike Haiti”, su The Conversation

Il passaggio dell’uragano Matthew tra le coste sudamericane, caraibiche e del Sud degli Stati Uniti ha mostrato ancora una volta come le discussioni sui danni provocati da un disastro sottendano sempre enormi differenze socioeconomiche. Moltissimi media (anche specializzati e anche stranieri) si sono concentrati su Florida e Georgia, dove l’uragano ha causato, per ora, 19 vittime con danni ingenti ed evacuazioni.

Le morti sono uguali, non si discute se questo. Resta pero’ vero che ad Haiti, paese gia’ martoriato da secoli di sfruttamento, da decenni di capi di stato fantocci e poi dal maledetto terremoto del 2010 che ha paralizzato il paese e dal quale dopo sei anni non riesce ancora a risollevarsi, l’uragano Matthew ha provocato oltre 1000 (1000, ripeto) morti. Nella sfortuna, fortuna ha voluto non abbia colpito Port-au-Prince, capitale ancora in ginocchio dal sisma, ma alcuni tratti costieri occidentali.

Haiti e’ un paese vulnerabile perche’ povero, sfruttato, affamato da politiche colonialiste e neocolonialiste predatorie, non ultime quelle NGO che dopo il sisma del 2010 sono arrivate in loco intascando miliardi su miliardi senza alcuna ricaduta sui territori, abbandonati alle rovine, all’igiene precaria e al colera.

Insomma, su The Conversation, tra i primi siti al mondo di divulgazione scientifica, con taglio molto giornalistico e auanasghemps, abbiamo cercato di puntualizzare perche’ Haiti e’ ancora troppo vulnerabile ai disastri, e con chi ce la dobbiamo prendere (colonialismo, Stati Uniti, Nazioni Unite).

Se volete, lo trovate qui

https://theconversation.com/hurricane-matthew-is-just-the-latest-unnatural-disaster-to-strike-haiti-66766

Ave

“Christchurch, sei anni dopo. Tra centralizzazione, shock economy e progetti dal basso”, mio nuovo post su Sismografie-Lavoro Culturale

Ad aprile 2016, con alcuni studenti del Master of Disaster Preparedness and Reconstruction della University of Newcastle, abbiamo trascorso tre giorni a Christchurch dove abbiamo avuto modo di parlare con alcuni attori impegnati nel processo di ricostruzione della citta’ dopo il sisma distruttivo di agosto 2011, che ha causato 185 morti e moltissimi danni al tessuto urbano. Da questo brevissimo ma intenso lavoro di campo sono nate delle riflessioni sul ruolo di alcuni attori nella ricostruzione, sui conflitti che si vengono a creare e sugli interessi divergenti che vengono inequivocabilmente a galla e necessitano di essere analizzati o quantomeno descritti. Si parla pertanto, tra gli altri, della gestione ambigua del post-sisma da parte del governo centrale, delle mire speculative su aree residenziali, di lotta per salvaguardare dalla distruzione il patrimonio culturale, e di alcuni iniziative di organizzazione dal basso, di aggregazione sociale, di gestione degli spazi pubblici, di ri-creazione del proprio lavoro.

Queste riflessioni erano pronte a luglio, ma i responsabili di Sismografie avevano giustamente deciso di rimandare la pubblicazione a settembre. Poi, dopo il terremoto nell’Appennino Piceno-Laziale, Sismografie ha iniziato una serie di riflessioni sul sisma, proprio con un mio intervento sulla mancanza delle scienze sociali nel dibattito post-sisma, e che ovviamente avevo anche pubblicato qui sul blogghe.

Chiunque voglia leggerlo, vada qui.

 

 

 

 

Henry John, i’ vorrei che tu, Aldo e Lupo e io

Passati i trent’anni la nostalgia, non senza commozione e imbarazzo, approfitta delle tue debolezze e fa capolino nell’io privato e recondito, ad altri sconosciuto. Ieri ho avuto ad esempio una forte e imbarazzante crisi di pianto seguita da risate sfrenate nel ricordare i momenti trascorsi insieme a Henry John Woodcock , Aldo Brancher e  Lupo Liboni nelle stanze della Procura di Potenza.

Henry John, da noi chiamato affettuosamente HJ, soffriva spesso di momenti di sconforto per la gelosia nei confronti di Federica Sciarelli, alla quale rinfacciava, senza peraltro alcuna prova, di avere una relazione con un tecnico del suono di Chi l’ha visto. In quei momenti HJ piangeva come un bambino, e l’unico modo per sollevargli il morale era invitarlo a giocare allo schiaffo del soldato con noi, compagni di merende pantagrueliche al ristorante La Braciata di Tito Scalo.

Alla Procura di Potenza, pertanto, HJ era sempre il soldato che prendeva gli schiaffi. Gli piacevano masochisticamente le sberle. Gli consentivano di elaborare la tristezza che quella sgualdrinella da quattro soldi, con quegli occhioni dolci anche mentre parlava di ammazzamenti e stupri, gli provocava. HJ non indovinava mai chi gli avesse tirato la sberla. Lo faceva apposta e oh, ragazzi, avreste dovuto vedere che scapaccioni tirava Aldo!

Dopo un paio d’ore in cui il cranio di HJ era ormai tutto bitorzoluto, tutti nella macchina di Lupo e via sulla Basentana, poi in qualche disastrato motel a conduzione familiare su qualche complanare nel Metapontino a comprare Cedrata Tassoni (o birra Raffo, quando la trovavamo, ma si era in effetti un po’ lontani da Taranto) e qualche panino al prosciutto ormai sereticcio. E poi su, tra le rovine di Craco, dove il nostro HJ urlava alla luna con tutte le sue forze, lacrime goccioloni a segnargli il volto e salume penzoloni dal labbro inferiore.

Sentirsi nuovamente vivo, pronto ad affrontare l’ennesimo giorno, sempre uguale, in quell’inferno, carnascialesco nonostante tutto, della Procura di Potenza.

Che tempi, ragazzi. Che tempi davvero!

hqdefault

In foto: Lupo Liboni.

Ricostruzione post-sisma nei territori dell’Appennino Piceno-Laziale: Errani vuol dire fiducia?

Pubblica ammenda

Inizio da una pubblica ammenda sulla denominazione del sisma. In un post da me scritto e indebitamente circolato (qui e qui in inglese, e qui tradotto in italiano), ho utilizzato la locuzione “Italia Centrale” per indicare il terremoto del 24 agosto. Questo perché i primi articoli capitatimi sotto mano quel giorno erano di quotidiani in inglese, che dovevano facilitare la localizzazione dell’evento ai propri lettori, poco adusi alla conoscenza -e ancor meno alla scrittura o pronuncia- di piccole realtà come Amatrice, Accumoli o Arquata del Tronto. E però il come denominare un sisma non è questione di lana caprina, ma ha risvolti politici importanti. Come faceva notare nel suo tagliente profilo Facebook Lina Calandra, professoressa associata di geografia all’Università dell’Aquila e curatrice di Territorio e Democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano (L‘Una,  2012) -un gran bel libro su come istituzioni, società e territorio abbiano interagito nel post-sisma aquilano e al quale io ho indegnamente contribuito con un capitolo-, ripresa anche dal portale aquilano NewsTown, la denominazione generica di terremoto del Centro Italia o dell’Italia Centrale rappresenta una cornice scientemente astratta e generica che consente spazi di manovra politica per contrattare/ricattare chi deve/può stare “dentro” al terremoto (o al cratere sismico) e chi no.

A queste riflessioni, aggiungo che è inoltre necessario fare in modo che il nome assegnato al sisma “racconti” quei luoghi non come mero toponimo ma come vissuti ed esperiti nella complessità delle trame relazionali tessute tra individui, comunità, e ambiente naturale e costruito. Italia Centrale, pertanto, non risponde a tutte queste domande; in ottica meramente nozionistica, Cavezzo (MO) e San Giuliano di Puglia (CB) sono entrambe considerabili come Italia Centrale, ma l’unica cosa che li accomuna è che si trovano in Italia e sono stati colpiti da un sisma dopo l’anno 2000. Occorre qualcosa che sia in grado di descriverli e identificarli “politicamente” -secondo Lina- consentendo simultaneamente anche la loro localizzazione a futura nostra memoria storica, aggiungo io. Citando ancora NewTown, il terremoto ha colpito due parchi nazionali (dei Monti Sibillini, e del Gran Sasso e Monti della Laga), almeno tre zone dell’Appennino centrale (Picena, Laziale e Umbra), interessando diversi comuni dell’Alta valle del Tronto e parte dell’Alta valle del Velino. Ora, senza portarvi alle calende greche, la proposta di Lina -che accolgo- è quella di evitare Italia Centrale e di andare a tentativi. Lina propone terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale, sebbene aggiunga che occorrerebbe farlo decidere alle popolazioni colpite o almeno capire come preferirebbero essere identificate. Non credo che la denominazione funzioni ancora, ma visto che questa è solo una lunga introduzione a un post che vorrebbe parlare d’altro, e visto che anche NewsTown, l’unica fonte ad aver considerato la questione, appoggia Appennino Piceno-Laziale, per ora scegliamo questo. Vedremo, baglionianamente, strada facendo. Fustigatomi col cilicio per la generalizzazione dei miei primi interventi, andiamo avanti.

La nomina di Vasco Errani a Commissario straordinario per la ricostruzione

Il cratere sismico per ora comprende questi comuni: Acquasanta Terme (AP), Arquata del Tronto (AP), Montefortino (FM), Montegallo (AP) e San Montemonaco (AP), nelle Marche; Montereale (AQ), Capitignano (AQ), Campotosto (AQ), Valle Castellana (TE), e Rocca Santa Maria (TE), in Abruzzo; Accumoli (RI), Amatrice (RI) e Cittareale (RI) nel Lazio; Cascia (PG), Monteleone di Spoleto (PG), Norcia (PG), e Preci (PG) in Umbria. Il primo settembre, Vasco Errani è stato nominato Commissario straordinario di Governo per la ricostruzione in questi territori. Secondo il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, la nomina di un commissario per la ricostruzione a meno di dieci giorni dal terremoto consentirà di operare nella fase dell’emergenza avendo chiare le prospettive future. Infatti, già l’attuale fase dell’assistenza alla popolazione comporta decisioni che avranno ricadute sulla ricostruzione. L’attuale nomina di Vasco Errani (ex presidente della Regione Emilia-Romagna durante il sisma di maggio 2012 e anche Commissario straordinario per la Ricostruzione dopo l’evento) rompe pertanto quella prassi consolidata del Presidente di Regione come Commissario per la Ricostruzione. A ragione, probabilmente, dato che le regioni colpite e inserite nel cratere sono quattro (Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo) e designarne uno tra i quattro presidenti avrebbe certamente creato malcontento.

In seguito al terremoto di San Giuliano di Puglia del 31 ottobre 2002, il Commissario designato fu quel Pagliaccio Baraldi di Michele Iorio, Presidente della Regione Molise quota Forza Italia, poi indagato per aver ampliato abusivamente senza competenza e legittimazione l’area del cratere stabilito dalla Protezione Civile, anche per fini elettorali-propagandistici, elargendo contributi finanziari e benefici fiscali per la realizzazione di opere non collegate al sisma. Si era addirittura fatto redarguire dal noto tropicalista Guido Bertolaso, allora capo della Protezione Civile e oggi dispensatore di consigli sulla gestione post-terremoto dalla Sierra Leone, facendolo apparire come uno statista integerrimo.

In seguito al sisma aquilano del 6 aprile 2009, il Commissario designato fu l’allora Presidente di Regione Gianni Chiodi, quota Forza Italia, indagato per giochi di prestigio di fondi post sisma deviati all’amante e per varie connivenze con società e imprese impegnate nel post sisma. Dopo la doppia scossa di maggio 2012 in Emilia-Romagna (a proposito, come denominiamo questo sisma?) fu designato invece l’allora Presidente di Regione Vasco Errani, quota PD, poi dimessosi nel 2015 dopo essere stato invischiato, ma assolto, in una storia di fondi destinati alla cooperativa del fratello.

Ma chi è, allora Vasco Errani? Quale fiducia riporgli? Come giudicare quanto finora fatto in Emilia-Romagna? Facendo altra pubblica ammenda, la centralizzazione della gestione del post-sisma aquilano, le consorterie istituzionali, i tentativi continui di esautorazione degli amministratori locali e la politicizzazione di ogni singolo atto hanno fagocitato la mia (nostra) attenzione facendomi/ci perdere di vista un terreno interessante -per struttura economica e momento storico istituzionale- come quello emiliano. In questo giorni il Fatto Quotidiano, definito un “mattinale” da Giuliano Ferrara in un memorabile e pulp menage à trois con Travaglio e Mentana qualche anno fa, ha avuto a mio avviso il merito di anticipare tutti i quotidiani italiani trattando temi abbastanza utili al dibattito. Mentre cani e visi stravolti si alternavano sulle home page, Il Fatto Quotidiano pur non essendoseli fatti mancare è stato ad esempio il primo a cogliere l’unicità del caso di Norcia, le cui ricostruzioni post-sisma del 1979 e 1997 sono servite a migliorare la tenuta antisismica del tessuto edilizio, che ha subito un numero relativamente limitato di danni in questi giorni. Va aggiunto comunque per dovere di cronaca che Norcia, come visto sopra, rientra al momento nel cratere e, in occasione di una scossa 3.4 M avvenuta stanotte, ha subito piccoli crolli sulle mura antiche.

Il Fatto è anche l’unico, mi pare, ad aver intervistato un rappresentante dei comitati cittadini in Emilia-Romagna, nello specifico Aureliano Mascioli, uno dei responsabili del comitato sisma.12, costituitosi durante l’emergenza per farsi portavoce delle istanze dei cittadini nella ricostruzione. Mascioli contesta a Vasco Errani soprattutto le promesse non mantenute, come lo smantellamento dei MAP entro due anni e gli indennizzi per i privati in seguito ai danni riportati. I MAP sono ancora lì, e gli indennizzi promessi non sono ancora stati elargiti. I dati citati dal Fatto in merito agli abitanti ancora fuori casa, come mi fa notare Lina Calandra, sembrano abbastanza sballati (sempre meglio controllare le fonti, eppure dovrei saperlo); tuttavia, i dati ufficiali al 4 luglio 2016 sul portale della Regione Emilia-Romagna riportano che le prenotazioni che devono ancora trasformarsi in domande di contributo sono 1528, mentre quelle in lavorazione sui Comuni sono oltre 9000. Mascioli non nasconde comunque alcuni meriti di Errani, in particolare l’essere riuscito a ottenere 6 miliardi con un sistema finanziato dalla Cassa depositi e prestiti tramite credito di imposta, consentendo l’elargizione dei contributi pubblici per la ristrutturazione. In generale, secondo Mascioli, Vasco Errani ha peccato in generale di una mancata progettualità e, soprattutto, non ha dialogato direttamente coi terremotati e non ha concepito gli stessi come soggetti pensanti.

In un’intervista rilasciata a Panorama, Errani ha dichiarato di non essere un commissario calato dall’alto. Però, ecco, ci spieghi cosa vuol dire, perché di primo acchito la sua nomina ha tutta l’aria dell’affidamento – da parte di Renzi- di una carica a un trombato del PD ora “sotto una veranda ad aspettare le nuvole”. Errani aggiunge anche che farà riferimento direttamente al premier Renzi. Sembra già di sentire lo stridio delle unghie sulla lavagna, il verticismo aquilano, le prebende, le consorterie, la longa manus degli amici di. Errani dice inoltre che non deciderà da solo, ma sempre in raccordo con Cantone (Autorità nazionale anticorruzione) e con il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, e che la priorità è l’identità del territorio garantendo piena assistenza ai cittadini.

Mettendo insieme i pezzi, vien fuori un potenziale ritratto iniziale di Errani, uno che ama dialogare con il capo ma non è capace di parlare con chi il sisma lo ha subito. Se è infatti importante (fondamentale!) vigilare sulla corruzione endemica del post sisma e dialogare sia con la Protezione Civile che con le sfere governative, mi chiedo comunque se Errani sia in grado di cogliere la differenza tra assistenza ai terremotati e coinvolgimento degli stessi. Da un lato ci deve essere la necessaria assistenza economica e il supporto organizzativo, logistico e istituzionale. Dall’altro lato è però necessaria l’apertura alle istanze locali e alla possibilità delle stesse di rimettersi in gioco, di reinventarsi un lavoro, di ripensare ai propri luoghi e alle proprie case, di riflettere su come ricreare il proprio futuro. Come infatti dichiarato su IlCiriaco da Stefano Ventura, storico ed esperto della ricostruzione post-sisma in Irpinia, non far sentire i cittadini come soggetti deboli da accudire, ma parte del processo di rinascita delle loro comunità, li inserisce in un sistema di partecipazione continua che può portare a ricostruzioni condivise, efficaci e rispettose del territorio. Garantire soltanto piena assistenza è un atto paternalistico. Includere, stimolare, mettere in condizioni il mammut istituzionale di muoversi nella cristalliera delle comunità locali, è invece il passo necessario.

Pertanto, quali strategie di ricostruzione applicherà Vasco Errani? Una trasposizione di un tossico ed etereo “modello Emilia” applicato nelle aree colpite? Un generalistico modello ex novo? O invece una strategia inclusiva, che non generalizzi ma che tenga conto della diversità sociale e territoriale?

Come affronterà con Cantone il rischio infiltrazioni?

Come riuscirà a circoscrivere una potenziale ingerenza della Protezione Civile?

Come medierà il protagonismo renziano con i tempi della ricostruzione? E come si confronterà con il rettore del Politecnico di Milano  Giovanni Azzone, appena chiamato dal sor Matteo come project manager del Progetto Casa Italia per la ricostruzione nelle aree terremotate?

E come riuscirà a bypassare i presidenti delle quattro regioni coinvolte? Che tipo di relazioni si stabiliranno?

Come e quanto sarà in grado di includere la riduzione del rischio sismico nella ricostruzione?

Come si confronterà con le comunità e le amministrazioni locali?

Soprattutto, che ruolo e che peso avranno, realmente, i territori?

Giudizio sospeso, per ora.

 

N.B.: Sono state fatte delle modifiche in seguito ad alcune osservazioni di Lina Calandra, che ringrazio.