Il terremoto in Italia centrale: narrazioni stereotipate e le scienze sociali mancanti / The earthquake in Central Italy: stereotyped narratives and missing social science

Ho scritto un post per il nostro blogghe Disasters&Development alla University of Newcastle. Tratta ovviamente del recente terremoto oramai definito “del Centro Italia”. Non fornisco indicazioni sulle cause del disastro e su come ricostruire e come ridurre il rischio. Ce ne sono gia’ molte e probabilmente sono migliori di come ve le farei io. Leggendo un po’ di roba in inglese ho pero’ notato che continua a persistere il nostro stereotipo di svogliati e corrotti, non solo ristretto a una buona fetta del sistema amministrativo italiano (e sebbene su questo punto abbiano un bel po’ di ragione, l’estero non e’ certo popolato da santerellini) ma soprattutto allargato alla popolazione italiana che avrebbe tra i propri valori comuni la non accettazione delle regole. Cosa che, pertanto, dovrebbe influire sulla mancata prevenzione. Resta pero’ il fatto che la storia dei disastri italiani e’ piena di esperienze condivise, di richieste di trasparenza e “democrazia”, di politica dal basso che la corruzione ha quantomeno cercato di combatterla e di non farla allargare.

Dico inoltre che le scienze sociali mancano nel dibattito in corso fino ad ora, eppure esse sono egualmente importanti rispetto alle “scienze dure”, perche’ il disastro e il rischio sono cose complesse che interessano persone, e quindi bisogni differenti, conoscenza e livelli di comprensione differenti. E le scienze sociali, alle quali io tapino appartengo, servono anche a decostruire queste narrative tossiche e stereotipizzanti dell’italiano cafone e Pulcinella.

Questa è una versione leggermente modificata e tradotta in italiano del testo originale in inglese, pubblicato il 27 Agosto su Disasters & Development, blog della sezione di disaster management della School of Architecture and Built Environment, University of Newcastle, e ripubblicato il 28 Agosto su ENTITLE blog di ENTITLE, rete di ricercatori di ecologia politica che tratta principalmente di rapporti conflittuali tra ambiente, sviluppo e neoliberismo.

Ecco il testo, che trovate anche nel gruppo Facebook “Protezione civile e riduzione del rischio da disastri”:

“Il modo in cui il terremoto dello scorso 24 agosto è stato raccontato sul web sembra aver utilizzato, e utilizzare tuttora, un approccio esclusivamente basato sulle scienze dure, che tende a focalizzarsi sul patrimonio culturale e sulle necessarie discussioni sull’adeguamento antisismico. In tal modo, tuttavia, si escludono tutte quelle variabili sociali e umane che intervengono in uno scenario di disastro, in particolare in casi di fenomeni drammatici e a larga scala come i terremoti. Questo porta a puntare il dito sui soliti stereotipi sull’Italia e gli italiani, e afferma ancora una volta la necessità di raccontare il disastro da angolature differenti e molteplici, in grado di cogliere la diversità e la complessità della sfera sociale senza banalizzare il fenomeno come una mera questione tecnica e tecnicistica. Di seguito espongo pertanto alcune brevi riflessioni, forse ancora disordinate, su un paio di articoli che ho avuto modo di leggere dal 24 agosto, quando il terremoto ha causato la morte di 290 persone in tre comuni (230 ad Amatrice, 11 ad Accumoli e 49 ad Arquata del Tronto), oltre 300 feriti e 2500 evacuati.
“Stai parlando con me?” (Robert De Niro, Taxi Driver, 1976)
Su IRIN, portale di approfondimento su contesti emergenziali e conflitti, Gully (2016) si concentra sulla conservazione del patrimonio culturale e sostiene la necessità sacrosanta per l’Italia per gli investimenti in adeguamento antisismico. Allo stesso modo, gli abitanti devono comunque impegnarsi nell’accrescere la loro consapevolezza sul rischio sismico. A tal proposito l’articolo cita Michele Calvi, professore di ingegneria sismica allo IUSS di Pavia. Calvi sostiene che la maggior parte degli edifici nella zona interessata sono di proprietà di persone anziane o sono seconde case per cui, insomma, non ci sarebbe stata una grande motivazione nell’investire in strutture antisismiche. Calvi ritiene dunque necessario creare delle forme significative di incentivo per abitanti e proprietari.
Non c’è niente di sbagliato nelle sue parole, naturalmente. Sono cose che diciamo da anni e trovano certamente d’accordo tutti noi. Quello che a mio avviso non va è la tipologia di esperto selezionato nel parlare di disastri da un punto di vista che include anche abitanti e in generale le comunità locali. Calvi è in realtà un ingegnere che ha di fatto promosso il progetto CASE e supportato il governo Berlusconi nella sua realizzazione (Calvi e Spaziante, 2009). Progetto CASE che, ricordiamo, ancora oggi rappresenta una delle soluzioni abitative post-disastro maggiormente criticate a livello globale. 19 nuovi insediamenti sparsi distribuiti in tutta L’Aquila, paradossalmente costruiti, tramite un approccio top-down superficiale e frettoloso, come misura temporanea per la gestione emergenziale ma con finalità permanenti (Alexander, 2013). Un progetto che ha modificato radicalmente l’uso del suolo, il paesaggio e l’organizzazione spaziale, senza servizi pubblici, trasporti pubblici efficienti e spazi per la socializzazione che rappresentano fattori essenziali in un tessuto sociale lacerato (Calandra, 2012; Forino, 2015; Fois e Forino, 2014). Pertanto, per un lettore con almeno una minima conoscenza del fenomeno disastri in Italia come ritengo di essere, è abbastanza frustrante che a uno scienziato come Michele Calvi, dopo aver messo da parte decenni di ricerca sociale progressista e inclusiva applicata ai disastri tramite il suo operato all’Aquila, sia stato dato spazio per parlare di colpe e problemi degli abitanti nelle zone colpite. A che titolo, insomma?
Ehi, Italiano: pizza, spaghetti e mandolino
Un altro pezzo interessante è quello di Hooper (2016) che, sul Guardian, scrive: “la burocrazia italiana rispecchia i valori della società, in particolare il disprezzo generalizzato degli italiani per le regole di ogni tipo e la prevalenza di funzionari pigri e politici apatici, se non addirittura corrotti”. La corruzione sistematica permea certamente gran parte dei livelli politici e istituzionali italiani, in particolare tramite la sovrapposizione tra lobby finanziarie ed economiche, mafie di vario genere, e influenti cariche pubbliche. Nel quadro politico italiano le attività illegali sono spesso usate come longa manus di sistemi istituzionalmente “legali” che stuprano i territori attraverso inquinamento industriale, rischio ambientale o uso privatistico delle risorse naturali, il tutto con il beneplacito delle istituzioni legali, sebbene malcelato da un apparente contrasto formale. Questo, naturalmente, si riflette anche nelle fasi post-disastro. La letteratura scientifica nazionale e internazionale sull’Italia è piena di esempi di ricostruzione post-sisma (sebbene non limitati solo ai terremoti) guidati da lobby imprenditoriali e finanziarie, intruse all’interno di gangli politici conniventi al fine di aumentare i costi della ricostruzione e i relativi fondi da erogare (Caporale, 2010). Questo processo è stato in alcuni casi dilazionato su diversi decenni ed è stato manovrato da una cerchia ristretta di persone influenti nel mondo politico, industriale e finanziario, lasciando briciole al resto della comunità e contribuendo ad esacerbare emigrazione, disoccupazione, ingiustizia sociale e spaziale. In una sorta di ricostruzione perenne associata a misure assistenzialistiche e sviluppiste nel Mezzogiorno, stiamo ad esempio ancora inviando fondi per il Belice, l’Irpinia e il Molise, con una crescita sociale, culturale, economica e lavorativa limitata o nulla (Caporale, 2010).
Tuttavia, l’Italia non è una pecora nera all’interno di un gregge supposto innocente e virtuoso, comprendente Stati Uniti, Unione Europea, Australia, o dittatori fantoccio di tutto il mondo. Anche la politica mondiale attuale dimostra infatti che concetti come “legale” e “illegale” hanno sempre più sovrapposizioni che differenze, con il “legale” che utilizza -sebbene apparentemente lo colpevolizzi- l’“illegale” per perpetrare disuguaglianze sociali e spaziali o trovare capri espiatori in modo da eludere pubbliche responsabilità. Guerre, sfruttamento, neo-colonialismo, razzismo, violenze sui richiedenti asilo, la propaganda dello “scontro di civiltà” lo dimostrano ogni giorno, a ogni scala e latitudine. L’Italia è quindi perfettamente inquadrata all’interno di un sistema globale comune e contraddittorio modellato da pratiche neoliberiste ed escludenti. Inoltre, quanto citato dall’articolista del Guardian non considera l’altro lato della ricostruzione post-disastro in Italia. In molte aree post-sisma il paese ha vissuto momenti di forte mobilitazione sociale nata per rivendicare democrazia, partecipazione, diritti e leggi, come ad esempio la lotta per il diritto al lavoro e a una pronta ricostruzione in Belice con Danilo Dolci, in Campania e Basilicata con i primi comitati nelle tendopoli (Ventura, 2010), i piani di ricostruzione dal basso di alcune frazioni aquilane (Forino, 2015), iniziative comunitarie (Fois e Forino, 2014) e pratiche di partecipazione (Calandra 2012) all’Aquila, o come la mobilitazione di base in Emilia (Hajek, 2013).
Hooper (2016) pertanto riesce a banalizzare, probabilmente perché non ne è a conoscenza, tutte quelle richieste dal basso di trasparenza, democrazia e leggi che, nella ricostruzione post-disastro, si sono opposte alla corruzione sistematica e all’esclusione dei cittadini. Parlare di “valori di una società” è pertanto sempre problematico, soprattutto quando si cerca di giudicare un intero sistema nazionale e i suoi abitanti in un evento complesso e tragico come un disastro. I valori sono sempre individuali, sebbene mediati dal contesto in cui essi vengono espressi e attuati, e sostenere che i valori della società italiana siano quelli della pigrizia, della corruzione e dell’aggirare le regole è certamente affermazione stereotipata e discriminatoria.
La mancanza delle scienze sociali
Questi articoli sono solo due tra le numerose narrative del sisma che ne hanno proposto analisi parziali e limitanti. Mentre esperti e professionisti come sismologi, geologi, ingegneri, architetti, urbanisti, economisti sono figure fondamentali nell’assistere le istituzioni nella creazione di policy e strumenti effettivi ed efficaci per la riduzione del rischio sismico, essi devono essere supportati – e devono mutualmente supportarle- da analisi rigorose dell’ampio spettro di questioni sociali che intervengono nel post-disastro. Tale analisi include ad esempio la conoscenza storica, l’analisi delle traiettorie di sviluppo locale, le esigenze specifiche di persone con disabilità, bambini o anziani, l’uso di specifiche strategie di comunicazione, la creazione di reti formali e informali nel dialogo tra cittadini e istituzioni (Ventura e Carnelli, 2015). Scienziati e professionisti come antropologi, sociologi, esperti di comunicazione e media, geografi e territorialisti a vario tipo sono altrettanto fondamentali nell’aggiungere un punto di vista umano e sociale sul disastro, e nel decostruire racconti parziali e superficiali, come questi brevemente considerati nel testo.
Bibliografia
Alexander, D.E., (2013), An evaluation of the medium-term recovery process after the 6 April 2009 earthquake in L’Aquila, central Italy. Environmental Hazards, 12 (1), 60– 73.
Calandra, L. M. (2012). Territorio e democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano. Edizioni L’Una.
Calvi, G. M., Spaziante, V. (2009). La ricostruzione tra provvisorio e definitivo: il Progetto CASE. Progettazione sismica, 3, 227-252.
Caporale, A. (2010). Terremoti spa. Dall’Irpinia all’Aquila. Così i politici sfruttano le disgrazie e dividono il paese. Rizzoli.
Fois, F., Forino, G. (2014). The self‐built ecovillage in L’Aquila, Italy: community resilience as a grassroots response to environmental shock. Disasters, 38(4), 719-739.
Forino, G. (2015). Disaster recovery: narrating the resilience process in the reconstruction of L’Aquila (Italy). Geografisk Tidsskrift-Danish Journal of Geography, 115(1), 1-13.
Hajek, A., (2013), Learning from L’Aquila: grassroots mobilization in post-earthquake Emilia-Romagna. Journal of Modern Italian Studies, 18(5), 627-643.
Ventura S., (2010), Non sembrava novembre quella sera, Mephite.
Ventura S., Carnelli, F., (eds.), (2015), Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi, Carocci.

valere, un pensiero a chi non c’e’, a chi resta, ai soccorritori umani e non  umani e a tutti coloro che tra forze armate, media, amministratori e quant’altro sono intervenuti in loco in maniera professionale e rispettosa del momento. Per quelli che non sono e non saranno tali, beh, non lo so, non auguro male ma manco bene…

 

 

 

 

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Pummarole fresche, pummarole belle

Nella canicola sudaticcia delle mattinate estive meridiane il tempo scorre fancazzista e rilassato, solitamente scandito dal rintocco delle campane, dal vociare tra l’afrore della fila alla posta e i perdigiorno che sbrigano faccende, e dalla voce gracchiante degli ambulanti che chiamano a raccolta matrone e disadattati -intenti a giocare a carte sul tavolo sbilenco di plastica blu della Algida al bar o al circolo- per l’acquisto delle pummarole dell’Agro Nocerino-Sarnese, della Piana del Sele, della Capitanata o della Calabria. Pummarole rosse di caporalato e di tragedia, ma a noi mai è fregato molto, ‘a verità.

Dopo aver viaggiato per chilometri da Rosarno, Eboli, San Severo o Nocera, su autotreni roboanti che incutono timore al vederli zigzagare sull’A3 e l’A16 per i colpi di sonno degli autisti, le pummarole vengono trasbordate su mezzi più piccoli per consentire un agevole passaggio nelle stradine di Tursi, Oratino, Aquilonia, Ispani, Gallo Matese. Una volta erano gli OM Leoncino e Tigrotto con guida a destra, ora sono anonimi Suzuki o Renault, maneggevoli e facilmente parcheggiabili in senso inverso, in doppia fila, sul posto riservato ai disabili.

Il richiamo roco e biascicato dell’ambulante, solitamente preceduto da musica ad altissimo volume, quasi sempre neomelodica o un Ramazzotti d’annata ad andar bene, è “Pummarole fresche, pummarole belle”. La pronuncia di sc in fresche, per voi non di queste lande, è unita. La s e la c non si separano, vengono come in scrosciare, scroscio, sciare, camoscio. Un’unione che è già idea di freschezza e riposo. Di prendere la vita delicata come la regina delle pummarole, vederne il rosso nitore della pelle in controluce, senza bitorzoli, piatta e riposante come l’infinito dell’orizzonte sul mare di Pontecagnano, retta come una strada d’accesso tra i latifondi pugliesi. La e di belle è strascicata, allungata, un eeeeee di qualche secondo, un eeeeee di insistenza affinché il potenziale acquirente si accosti al trabiccolo, domandi la provenienza, inneschi quel gioco delle parti fatto di tentativi di avvicinamento al prezzo proposto dall’ambulante e di allontanamento volto al risparmio qualora si aumenti il peso della partita e chieda –pretenda– lo sconto. Un’alternanza di prezzi come i corpi che si alternano in una sfiancante tarantella.

Raggiunto l’accordo, le pummarole giungono a destinazione, pronte tra qualche giorno a diventare salsa. E lava i pomodori, e lava le bottiglie, e fai sgocciolare le bottiglie, e prendi strofinacci, asciugamani, teli e lenzuola, e monta lo spremipomodoro, e fissa lo spremipomodoro, e metti lo zio a caricare lo spremipomodoro, e raccogli la polpa, e metti in fila le bottiglie, e riempi le bottiglie con la polpa, e fai mettere la foglia di basilico allo scemo di turno (solitamente un criaturo o un combinaguai), e tappa le bottiglie sperando che qualcuna non si rompa e ferisca il pupo in bicicletta, e manda quello che è forte a prendere le cataste di legna, e prendi il fusto di ferro nel garage seppellito tra le cianfrusaglie, ma ti casca sul piede e ti fai male e nel frattempo casca pure il trapano e il martello, e vai a chiedere a zio Franco se ha portato il treppiede per metterci sopra il fusto, e metti l’acqua nel fusto, e disponi le bottiglie nel fusto in modo che non si rompano o non scoppino mentre vanno sotto vuoto, e accendi il fuoco dopo aver intossicato mezza famiglia, e prepara il pranzo per famiglia figli nipoti nonne e cognate, dai un calcio al cane che sta in mezzo ai piedi ma la nonna ti fa la cazziata perché non si fa e dà al botolo una mollica di pane, e cazzo ti sta venendo l’ernia che stai in piedi da stamattina alle cinque, e prepara la tovaglia e manda il criaturo -sempre quello scemo e combinaguai- a comprare il pane fresco che poi alla zia Marisa chi se la sente, e ti si asciuga il sudore e ti sta salendo il coccolone, e il caffè nessuno lo vuole fare, e nessuno guarda il fuoco che sta per spegnersi, quello che finora ha alimentato il fuoco è affumicato come un salmone delle Lofoten ed è nero come la pece, e passa la giornata e hanno tutti le reni a pezzi, i nervi in frantumi e la zia Marisa mo’ la prossima volta la vediamo a Natale che ha fatto lagne per tutto il giorno, e prega che la salsa cuocia bene e in fretta, e lascia raffreddare le bottiglie, e tira un sospiro di sollievo e spanciati unto e sudato sulla sedia a sdraio, in attesa di un bicchiere d’acqua e di silenzio.

La giornata frenetica è finita. Quelle pummarole rossissime, grandi e lisce, succose e succulente, trasformate in salsa in bottiglia andranno a riempire cantucci, stipiti e credenze insieme ad altre conserve, a sottoli, sottaceti, sotto spirito, essiccati, erbe, intingoli, marmellate, manicaretti freschi. Pummarole perfette, ormai salsa per la nostra frettolosa pastasciutta settimanale o, da buon contrappasso, per il lentissimo sobbollire del ragu’ alla domenica. Salsa in cui intingere pane sereticcio, adagiare fagioli, ricoprire melenzane. Salsa da leccare dalla cucchiaia di legno.

Io comunque, sono sempre andato al supermercato. E sono ancora vivo.

 

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Monteforte in musica

Chi e’ che ama? Gesu’

D’estate, giusto per far capire chi comanda in paese, partono musichette nevrotiche per bambini dagli altoparlanti della chiesa in collina, tutti i giorni due volte al giorno, anche la domenica mattina alle 7. Peggio dell’arrotino o del rumeno con la fisarmonica sotto il balcone.

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Un po’ scalcagnata, la banda del paese e’ onnipresente nelle settimane delle novene dei santi. Immancabile, ad ogni processione, la marcia di Radetzky.

Poropo-poropo-poropoppoppo 2

Solitamente bande improbabili da Pescopagano, da Ururi o da Serramazzoni. Suonano su un palco montato nella piazza. Gli astanti sono over 70 con la maglietta di lana sulle sedie di plastica o qualche genitore che porta il figlio a fare una passeggiata. Il frequentatore del bar le ascolta distratto dall’ultima Ceres mentre pensa alla uagliona rumena. Qualche adolescente di passaggio a piedi va a fumare le prime sigarette o i primi free joint dietro la scuola, o per dimenticare il dolore dell’ascolto dell’oboe inizia a farsi di coca.

Signore ai concerti di musica sacra o di Natale

La musica invernale e’ solitamente appannaggio della chiesa, in particolare nel periodo natalizio. Qualche concerto per violino e organo, musica classica o da camera. Partecipano persone come mia madre, che per l’occasione sfoggia la sua ormai quarantennale pelliccia di 200 chili di volpe, comprata dopo aver visionato i cataloghi Annabella in arrivo da Pavia via posta insieme alle riviste con annesse richieste di danaro dei monaci di Mazzarino, di Radio Frigento e delle Suore del Camminamento Laterale del Lago Trasimeno.

Concertone in piazza e un villoso Lucio Dalla

Ricordo di essere andato una volta a sentire Federico Salvatore e di aver cantato a squarciagola Vacca Carla. Probabilmente ho assistito a qualche minuto dei concerti dei Ricchi e Poveri quando ero criaturo, e l’ultimo gruppo che ho sentito sono stati i Dik Dik, una decina d’anni fa alla festa di Sant’Antonio, che cantavano Sognando California mentre stavo sbrodolandomi di colatura di melanzane di qualche panino con la salsiccia.
Mia madre narra che ai suoi tempi sono passati grandi artisti chiamati solitamente dalla Pro Loco o della Arciconfraternite. Allora giravano un po’ tutti, Giuseppe di Capri detto Peppino, i destrorsi Wilma Goich e Edoardo Vianello, Orietta Berti, i Cugini di Campagna. Un Gigi d’Alessio agli esordi con tanto di bagno di folla. Tanti altri certamente.
Le resto’ impresso Lucio Dalla, che vide fronte strada steso su una branda in una casa che lo ospitava sul finire degli anni ’60. Alto un metro e una banana, era tutto un unico pelo, con la barba che si univa a tutta l’altra peluria.
L’allora pulzella penso’ Lucio fosse l’uomo piu’ peloso del mondo. Poi sono arrivato io.

Calcutta

Quest’anno il 14 agosto arriva finalmente un cantante di punta: Calcutta.
Ho detto a mia madre: Madre, vai a sentire Calcutta in piazza?
“E chi e'”?
“E’ uno che suona la pianola”.
“Ma fa musica indiana?”
“Certo. Poi fa pure una sessione di yoga per principianti”.
“Ah, mi fa bene alle spalle, allora ci vado”.
Me la immagino in mezzo a gente coi risvoltini e le Superga, occhiaie da pippe notturne e barba vissuta, che si chiamano zi’ tra di loro e che urleranno l”‘Avellino in Serie A” invece di “Frosinone in serie A“.