Recensione a “Fault Lines – Earthquakes and Urbanism in Modern Italy”

E’ da poco uscita la mia recensione (in inglese) al bellissimo libro (in inglese) Fault Lines – Earthquakes and Urbanism in Modern Italy (Berghahn Book, 2015) di Giacomo Parrinello, storico e storico dell’ambiente, Assistant Professor of environmental history at the Centre for history of the Paris Institute of Political Studies.

Il libro si concentra sui sismi di Messina (1908) e del Belice (1968) e sulle loro continuita’/discontinuita’ con le preesistenti pratiche di pianificazione e sviluppo territoriale. Un libro scritto benissimo, frutto di una ricerca d’archivio meticolosa e attenta, corredato da immagini e fotografie molto belle e significative.

Trovate la recensione su ENTITLE blog, un blog di riflessioni su ecologia politica, capitalismo e “sviluppo”, che ogni tanto ospita qualche mia riflessione.

 

“Il genocidio dei Rohingya in Birmania: voci dai villaggi e i campi nel Rakhine”, un mio reportage pubblicato sulla rivista di geopolitica Eastonline

A dicembre ho avuto modo di visitare i villaggi e i campi in cui il governo birmano costringe il popolo Rohingya, di fede islamica, da generazioni in Myanmar.

Sono stato a Sittwe e dintorni, nel Rakhine State, in cui vivono gran parte dei Rohingyas che non sono emigrati nel confinante Bangladesh, anche li’ soggetti a privazioni e violenze.

Ho scritto un pezzo grazie alle testimonianze di una ONG che distrubuisce aiuti umanitari nei campi e di alcuni dei loro abitanti.

Il pezzo e’ stato pubblicato su una buona rivista di geopolitica online, Eastonline, e lo trovate qui, condito da alcune foto di volti e dei campi.

Un album di mie foto nei campi agli abitanti  Rohingya lo trovate anche sul mio profilo Facebook, qui.

 

Modamare Myanmar ’16, by me medesimo

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Modamare Myanmar ’16

Buona lettura

Riotta e Robbetto

Poco prima di pranzo ho acceso la tv. E’ comparsa Antonella Clerici tutta cosparsa di panna (slurp slurp), allora ho cambiato. Ho messo il 54, perche’ ricordavo corrispondesse a Rai Sport 1: magari beccavo Franco Bragagna che commentava la Coppa del Mondo di sci di fondo da Lillehammer o qualche replica delle gare di vela dalle Olimpiadi di Rio. Il 54 invece corrisponde a Rai Storia, dove Gianni Riotta intervistava Robbetto Saviano su Donald Trump.

Mesto, ho lasciato la tv accesa, sono andato in cucina e ho appiccato il fuoco accendendo il gas e urlando Allah Akhbar. La cucina e’ esplosa, il giardino ha preso fuoco. Il caco, il nespolo, il pero improduttivo da decenni, anche quelle cazzo di camelie, il tasso, gli allori, i papiri, le ortensie, l’olivo. Le rose, quelle maledette rose. Le case dei vicini stanno incendiandosi, i vicini si gettano fumanti dai balconi. Merli e piccioni sono abbrustoliti sull’asfalto, pure passerotti, gatti randagi, lucertole, cani da strada che avrebbero certamente avuto vita migliore se qualcuno avesse lanciato una raccolta fondi per la loro mancanza di croccantini. Pompieri intenti a spegnere le fiamme cadono intossicati. Macchine di passaggio saltano per aria. Cadono muri. Monteforte non esiste piu’.

Sto partendo per Tallahassee (Florida), per stringere la mano alla famiglia Casper, padre, madre e due figli. Foto di famiglia armati fino ai denti, barboncino con cappottino camouflage, gatto con occhi assetati di sangue.

Un amico di Gianni Riotta e Robbetto Saviano

RAITRE

Nuovo post sul blogghe Disasters&Development: “Transition Through Disaster: Christchurch”

Qualche giorno fa io e il mio collega/supervisor Jason von Meding abbiamo pubblicato  un nuovo pezzo sul blog Disasters&Development della University of Newcastle, da buoni tenutari e boss dello stesso.

Il pezzo che trovate qui, descrive lo “stato dell’arte” della ricostruzione a Christchurch a 5 anni dal sisma del 2010 e a oltre 5 dalla scossa distruttiva del Febbraio 2011.

Con alcuni studenti abbiamo parlato con alcuni attori che a loro modo hanno avuto un ruolo nella ricostruzione: amministrazioni locali, gruppi locali che hanno dato il vita a iniziative spontanee o si sono opposti allo status quo, piccole attivita’ imprenditoriali sorte dopo il sisma, anche il direttore di un museo che, a quanto pare, ora e’ parechcio antisismico.

La Cattedrale (foto dell’autore)In foto (mia): la Cattedrale di Christchurch, con l’abside crollato ben dopo il sisma di Febbraio 2011.

Si parla pertanto di iniziative dal basso, di conflitti, di speculazione, di tentativi di fermare questa speculazione, di piccola imprenditoria e tanto altro.

Il testo, in sostanza, e’ una versione in inglese, riletta ed estesa, del pezzo pubblicato su

“Christchurch, sei anni dopo. Tra centralizzazione, shock economy e progetti dal basso”

pubblicato su Sismografie/Lavoro Culturale e ovviamente riportato pure su questo blogghe.

“Hurricane Matthew is just the latest unnatural disaster to strike Haiti”, su The Conversation

Il passaggio dell’uragano Matthew tra le coste sudamericane, caraibiche e del Sud degli Stati Uniti ha mostrato ancora una volta come le discussioni sui danni provocati da un disastro sottendano sempre enormi differenze socioeconomiche. Moltissimi media (anche specializzati e anche stranieri) si sono concentrati su Florida e Georgia, dove l’uragano ha causato, per ora, 19 vittime con danni ingenti ed evacuazioni.

Le morti sono uguali, non si discute se questo. Resta pero’ vero che ad Haiti, paese gia’ martoriato da secoli di sfruttamento, da decenni di capi di stato fantocci e poi dal maledetto terremoto del 2010 che ha paralizzato il paese e dal quale dopo sei anni non riesce ancora a risollevarsi, l’uragano Matthew ha provocato oltre 1000 (1000, ripeto) morti. Nella sfortuna, fortuna ha voluto non abbia colpito Port-au-Prince, capitale ancora in ginocchio dal sisma, ma alcuni tratti costieri occidentali.

Haiti e’ un paese vulnerabile perche’ povero, sfruttato, affamato da politiche colonialiste e neocolonialiste predatorie, non ultime quelle NGO che dopo il sisma del 2010 sono arrivate in loco intascando miliardi su miliardi senza alcuna ricaduta sui territori, abbandonati alle rovine, all’igiene precaria e al colera.

Insomma, su The Conversation, tra i primi siti al mondo di divulgazione scientifica, con taglio molto giornalistico e auanasghemps, abbiamo cercato di puntualizzare perche’ Haiti e’ ancora troppo vulnerabile ai disastri, e con chi ce la dobbiamo prendere (colonialismo, Stati Uniti, Nazioni Unite).

Se volete, lo trovate qui

https://theconversation.com/hurricane-matthew-is-just-the-latest-unnatural-disaster-to-strike-haiti-66766

Ave

“Christchurch, sei anni dopo. Tra centralizzazione, shock economy e progetti dal basso”, mio nuovo post su Sismografie-Lavoro Culturale

Ad aprile 2016, con alcuni studenti del Master of Disaster Preparedness and Reconstruction della University of Newcastle, abbiamo trascorso tre giorni a Christchurch dove abbiamo avuto modo di parlare con alcuni attori impegnati nel processo di ricostruzione della citta’ dopo il sisma distruttivo di agosto 2011, che ha causato 185 morti e moltissimi danni al tessuto urbano. Da questo brevissimo ma intenso lavoro di campo sono nate delle riflessioni sul ruolo di alcuni attori nella ricostruzione, sui conflitti che si vengono a creare e sugli interessi divergenti che vengono inequivocabilmente a galla e necessitano di essere analizzati o quantomeno descritti. Si parla pertanto, tra gli altri, della gestione ambigua del post-sisma da parte del governo centrale, delle mire speculative su aree residenziali, di lotta per salvaguardare dalla distruzione il patrimonio culturale, e di alcuni iniziative di organizzazione dal basso, di aggregazione sociale, di gestione degli spazi pubblici, di ri-creazione del proprio lavoro.

Queste riflessioni erano pronte a luglio, ma i responsabili di Sismografie avevano giustamente deciso di rimandare la pubblicazione a settembre. Poi, dopo il terremoto nell’Appennino Piceno-Laziale, Sismografie ha iniziato una serie di riflessioni sul sisma, proprio con un mio intervento sulla mancanza delle scienze sociali nel dibattito post-sisma, e che ovviamente avevo anche pubblicato qui sul blogghe.

Chiunque voglia leggerlo, vada qui.

 

 

 

 

Henry John, i’ vorrei che tu, Aldo e Lupo e io

Passati i trent’anni la nostalgia, non senza commozione e imbarazzo, approfitta delle tue debolezze e fa capolino nell’io privato e recondito, ad altri sconosciuto. Ieri ho avuto ad esempio una forte e imbarazzante crisi di pianto seguita da risate sfrenate nel ricordare i momenti trascorsi insieme a Henry John Woodcock , Aldo Brancher e  Lupo Liboni nelle stanze della Procura di Potenza.

Henry John, da noi chiamato affettuosamente HJ, soffriva spesso di momenti di sconforto per la gelosia nei confronti di Federica Sciarelli, alla quale rinfacciava, senza peraltro alcuna prova, di avere una relazione con un tecnico del suono di Chi l’ha visto. In quei momenti HJ piangeva come un bambino, e l’unico modo per sollevargli il morale era invitarlo a giocare allo schiaffo del soldato con noi, compagni di merende pantagrueliche al ristorante La Braciata di Tito Scalo.

Alla Procura di Potenza, pertanto, HJ era sempre il soldato che prendeva gli schiaffi. Gli piacevano masochisticamente le sberle. Gli consentivano di elaborare la tristezza che quella sgualdrinella da quattro soldi, con quegli occhioni dolci anche mentre parlava di ammazzamenti e stupri, gli provocava. HJ non indovinava mai chi gli avesse tirato la sberla. Lo faceva apposta e oh, ragazzi, avreste dovuto vedere che scapaccioni tirava Aldo!

Dopo un paio d’ore in cui il cranio di HJ era ormai tutto bitorzoluto, tutti nella macchina di Lupo e via sulla Basentana, poi in qualche disastrato motel a conduzione familiare su qualche complanare nel Metapontino a comprare Cedrata Tassoni (o birra Raffo, quando la trovavamo, ma si era in effetti un po’ lontani da Taranto) e qualche panino al prosciutto ormai sereticcio. E poi su, tra le rovine di Craco, dove il nostro HJ urlava alla luna con tutte le sue forze, lacrime goccioloni a segnargli il volto e salume penzoloni dal labbro inferiore.

Sentirsi nuovamente vivo, pronto ad affrontare l’ennesimo giorno, sempre uguale, in quell’inferno, carnascialesco nonostante tutto, della Procura di Potenza.

Che tempi, ragazzi. Che tempi davvero!

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In foto: Lupo Liboni.

Ricostruzione post-sisma nei territori dell’Appennino Piceno-Laziale: Errani vuol dire fiducia?

Pubblica ammenda

Inizio da una pubblica ammenda sulla denominazione del sisma. In un post da me scritto e indebitamente circolato (qui e qui in inglese, e qui tradotto in italiano), ho utilizzato la locuzione “Italia Centrale” per indicare il terremoto del 24 agosto. Questo perché i primi articoli capitatimi sotto mano quel giorno erano di quotidiani in inglese, che dovevano facilitare la localizzazione dell’evento ai propri lettori, poco adusi alla conoscenza -e ancor meno alla scrittura o pronuncia- di piccole realtà come Amatrice, Accumoli o Arquata del Tronto. E però il come denominare un sisma non è questione di lana caprina, ma ha risvolti politici importanti. Come faceva notare nel suo tagliente profilo Facebook Lina Calandra, professoressa associata di geografia all’Università dell’Aquila e curatrice di Territorio e Democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano (L‘Una,  2012) -un gran bel libro su come istituzioni, società e territorio abbiano interagito nel post-sisma aquilano e al quale io ho indegnamente contribuito con un capitolo-, ripresa anche dal portale aquilano NewsTown, la denominazione generica di terremoto del Centro Italia o dell’Italia Centrale rappresenta una cornice scientemente astratta e generica che consente spazi di manovra politica per contrattare/ricattare chi deve/può stare “dentro” al terremoto (o al cratere sismico) e chi no.

A queste riflessioni, aggiungo che è inoltre necessario fare in modo che il nome assegnato al sisma “racconti” quei luoghi non come mero toponimo ma come vissuti ed esperiti nella complessità delle trame relazionali tessute tra individui, comunità, e ambiente naturale e costruito. Italia Centrale, pertanto, non risponde a tutte queste domande; in ottica meramente nozionistica, Cavezzo (MO) e San Giuliano di Puglia (CB) sono entrambe considerabili come Italia Centrale, ma l’unica cosa che li accomuna è che si trovano in Italia e sono stati colpiti da un sisma dopo l’anno 2000. Occorre qualcosa che sia in grado di descriverli e identificarli “politicamente” -secondo Lina- consentendo simultaneamente anche la loro localizzazione a futura nostra memoria storica, aggiungo io. Citando ancora NewTown, il terremoto ha colpito due parchi nazionali (dei Monti Sibillini, e del Gran Sasso e Monti della Laga), almeno tre zone dell’Appennino centrale (Picena, Laziale e Umbra), interessando diversi comuni dell’Alta valle del Tronto e parte dell’Alta valle del Velino. Ora, senza portarvi alle calende greche, la proposta di Lina -che accolgo- è quella di evitare Italia Centrale e di andare a tentativi. Lina propone terremoto dell’Appennino Piceno-Laziale, sebbene aggiunga che occorrerebbe farlo decidere alle popolazioni colpite o almeno capire come preferirebbero essere identificate. Non credo che la denominazione funzioni ancora, ma visto che questa è solo una lunga introduzione a un post che vorrebbe parlare d’altro, e visto che anche NewsTown, l’unica fonte ad aver considerato la questione, appoggia Appennino Piceno-Laziale, per ora scegliamo questo. Vedremo, baglionianamente, strada facendo. Fustigatomi col cilicio per la generalizzazione dei miei primi interventi, andiamo avanti.

La nomina di Vasco Errani a Commissario straordinario per la ricostruzione

Il cratere sismico per ora comprende questi comuni: Acquasanta Terme (AP), Arquata del Tronto (AP), Montefortino (FM), Montegallo (AP) e San Montemonaco (AP), nelle Marche; Montereale (AQ), Capitignano (AQ), Campotosto (AQ), Valle Castellana (TE), e Rocca Santa Maria (TE), in Abruzzo; Accumoli (RI), Amatrice (RI) e Cittareale (RI) nel Lazio; Cascia (PG), Monteleone di Spoleto (PG), Norcia (PG), e Preci (PG) in Umbria. Il primo settembre, Vasco Errani è stato nominato Commissario straordinario di Governo per la ricostruzione in questi territori. Secondo il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, la nomina di un commissario per la ricostruzione a meno di dieci giorni dal terremoto consentirà di operare nella fase dell’emergenza avendo chiare le prospettive future. Infatti, già l’attuale fase dell’assistenza alla popolazione comporta decisioni che avranno ricadute sulla ricostruzione. L’attuale nomina di Vasco Errani (ex presidente della Regione Emilia-Romagna durante il sisma di maggio 2012 e anche Commissario straordinario per la Ricostruzione dopo l’evento) rompe pertanto quella prassi consolidata del Presidente di Regione come Commissario per la Ricostruzione. A ragione, probabilmente, dato che le regioni colpite e inserite nel cratere sono quattro (Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo) e designarne uno tra i quattro presidenti avrebbe certamente creato malcontento.

In seguito al terremoto di San Giuliano di Puglia del 31 ottobre 2002, il Commissario designato fu quel Pagliaccio Baraldi di Michele Iorio, Presidente della Regione Molise quota Forza Italia, poi indagato per aver ampliato abusivamente senza competenza e legittimazione l’area del cratere stabilito dalla Protezione Civile, anche per fini elettorali-propagandistici, elargendo contributi finanziari e benefici fiscali per la realizzazione di opere non collegate al sisma. Si era addirittura fatto redarguire dal noto tropicalista Guido Bertolaso, allora capo della Protezione Civile e oggi dispensatore di consigli sulla gestione post-terremoto dalla Sierra Leone, facendolo apparire come uno statista integerrimo.

In seguito al sisma aquilano del 6 aprile 2009, il Commissario designato fu l’allora Presidente di Regione Gianni Chiodi, quota Forza Italia, indagato per giochi di prestigio di fondi post sisma deviati all’amante e per varie connivenze con società e imprese impegnate nel post sisma. Dopo la doppia scossa di maggio 2012 in Emilia-Romagna (a proposito, come denominiamo questo sisma?) fu designato invece l’allora Presidente di Regione Vasco Errani, quota PD, poi dimessosi nel 2015 dopo essere stato invischiato, ma assolto, in una storia di fondi destinati alla cooperativa del fratello.

Ma chi è, allora Vasco Errani? Quale fiducia riporgli? Come giudicare quanto finora fatto in Emilia-Romagna? Facendo altra pubblica ammenda, la centralizzazione della gestione del post-sisma aquilano, le consorterie istituzionali, i tentativi continui di esautorazione degli amministratori locali e la politicizzazione di ogni singolo atto hanno fagocitato la mia (nostra) attenzione facendomi/ci perdere di vista un terreno interessante -per struttura economica e momento storico istituzionale- come quello emiliano. In questo giorni il Fatto Quotidiano, definito un “mattinale” da Giuliano Ferrara in un memorabile e pulp menage à trois con Travaglio e Mentana qualche anno fa, ha avuto a mio avviso il merito di anticipare tutti i quotidiani italiani trattando temi abbastanza utili al dibattito. Mentre cani e visi stravolti si alternavano sulle home page, Il Fatto Quotidiano pur non essendoseli fatti mancare è stato ad esempio il primo a cogliere l’unicità del caso di Norcia, le cui ricostruzioni post-sisma del 1979 e 1997 sono servite a migliorare la tenuta antisismica del tessuto edilizio, che ha subito un numero relativamente limitato di danni in questi giorni. Va aggiunto comunque per dovere di cronaca che Norcia, come visto sopra, rientra al momento nel cratere e, in occasione di una scossa 3.4 M avvenuta stanotte, ha subito piccoli crolli sulle mura antiche.

Il Fatto è anche l’unico, mi pare, ad aver intervistato un rappresentante dei comitati cittadini in Emilia-Romagna, nello specifico Aureliano Mascioli, uno dei responsabili del comitato sisma.12, costituitosi durante l’emergenza per farsi portavoce delle istanze dei cittadini nella ricostruzione. Mascioli contesta a Vasco Errani soprattutto le promesse non mantenute, come lo smantellamento dei MAP entro due anni e gli indennizzi per i privati in seguito ai danni riportati. I MAP sono ancora lì, e gli indennizzi promessi non sono ancora stati elargiti. I dati citati dal Fatto in merito agli abitanti ancora fuori casa, come mi fa notare Lina Calandra, sembrano abbastanza sballati (sempre meglio controllare le fonti, eppure dovrei saperlo); tuttavia, i dati ufficiali al 4 luglio 2016 sul portale della Regione Emilia-Romagna riportano che le prenotazioni che devono ancora trasformarsi in domande di contributo sono 1528, mentre quelle in lavorazione sui Comuni sono oltre 9000. Mascioli non nasconde comunque alcuni meriti di Errani, in particolare l’essere riuscito a ottenere 6 miliardi con un sistema finanziato dalla Cassa depositi e prestiti tramite credito di imposta, consentendo l’elargizione dei contributi pubblici per la ristrutturazione. In generale, secondo Mascioli, Vasco Errani ha peccato in generale di una mancata progettualità e, soprattutto, non ha dialogato direttamente coi terremotati e non ha concepito gli stessi come soggetti pensanti.

In un’intervista rilasciata a Panorama, Errani ha dichiarato di non essere un commissario calato dall’alto. Però, ecco, ci spieghi cosa vuol dire, perché di primo acchito la sua nomina ha tutta l’aria dell’affidamento – da parte di Renzi- di una carica a un trombato del PD ora “sotto una veranda ad aspettare le nuvole”. Errani aggiunge anche che farà riferimento direttamente al premier Renzi. Sembra già di sentire lo stridio delle unghie sulla lavagna, il verticismo aquilano, le prebende, le consorterie, la longa manus degli amici di. Errani dice inoltre che non deciderà da solo, ma sempre in raccordo con Cantone (Autorità nazionale anticorruzione) e con il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, e che la priorità è l’identità del territorio garantendo piena assistenza ai cittadini.

Mettendo insieme i pezzi, vien fuori un potenziale ritratto iniziale di Errani, uno che ama dialogare con il capo ma non è capace di parlare con chi il sisma lo ha subito. Se è infatti importante (fondamentale!) vigilare sulla corruzione endemica del post sisma e dialogare sia con la Protezione Civile che con le sfere governative, mi chiedo comunque se Errani sia in grado di cogliere la differenza tra assistenza ai terremotati e coinvolgimento degli stessi. Da un lato ci deve essere la necessaria assistenza economica e il supporto organizzativo, logistico e istituzionale. Dall’altro lato è però necessaria l’apertura alle istanze locali e alla possibilità delle stesse di rimettersi in gioco, di reinventarsi un lavoro, di ripensare ai propri luoghi e alle proprie case, di riflettere su come ricreare il proprio futuro. Come infatti dichiarato su IlCiriaco da Stefano Ventura, storico ed esperto della ricostruzione post-sisma in Irpinia, non far sentire i cittadini come soggetti deboli da accudire, ma parte del processo di rinascita delle loro comunità, li inserisce in un sistema di partecipazione continua che può portare a ricostruzioni condivise, efficaci e rispettose del territorio. Garantire soltanto piena assistenza è un atto paternalistico. Includere, stimolare, mettere in condizioni il mammut istituzionale di muoversi nella cristalliera delle comunità locali, è invece il passo necessario.

Pertanto, quali strategie di ricostruzione applicherà Vasco Errani? Una trasposizione di un tossico ed etereo “modello Emilia” applicato nelle aree colpite? Un generalistico modello ex novo? O invece una strategia inclusiva, che non generalizzi ma che tenga conto della diversità sociale e territoriale?

Come affronterà con Cantone il rischio infiltrazioni?

Come riuscirà a circoscrivere una potenziale ingerenza della Protezione Civile?

Come medierà il protagonismo renziano con i tempi della ricostruzione? E come si confronterà con il rettore del Politecnico di Milano  Giovanni Azzone, appena chiamato dal sor Matteo come project manager del Progetto Casa Italia per la ricostruzione nelle aree terremotate?

E come riuscirà a bypassare i presidenti delle quattro regioni coinvolte? Che tipo di relazioni si stabiliranno?

Come e quanto sarà in grado di includere la riduzione del rischio sismico nella ricostruzione?

Come si confronterà con le comunità e le amministrazioni locali?

Soprattutto, che ruolo e che peso avranno, realmente, i territori?

Giudizio sospeso, per ora.

 

N.B.: Sono state fatte delle modifiche in seguito ad alcune osservazioni di Lina Calandra, che ringrazio.

 

Il terremoto in Italia centrale: narrazioni stereotipate e le scienze sociali mancanti / The earthquake in Central Italy: stereotyped narratives and missing social science

Ho scritto un post per il nostro blogghe Disasters&Development alla University of Newcastle. Tratta ovviamente del recente terremoto oramai definito “del Centro Italia”. Non fornisco indicazioni sulle cause del disastro e su come ricostruire e come ridurre il rischio. Ce ne sono gia’ molte e probabilmente sono migliori di come ve le farei io. Leggendo un po’ di roba in inglese ho pero’ notato che continua a persistere il nostro stereotipo di svogliati e corrotti, non solo ristretto a una buona fetta del sistema amministrativo italiano (e sebbene su questo punto abbiano un bel po’ di ragione, l’estero non e’ certo popolato da santerellini) ma soprattutto allargato alla popolazione italiana che avrebbe tra i propri valori comuni la non accettazione delle regole. Cosa che, pertanto, dovrebbe influire sulla mancata prevenzione. Resta pero’ il fatto che la storia dei disastri italiani e’ piena di esperienze condivise, di richieste di trasparenza e “democrazia”, di politica dal basso che la corruzione ha quantomeno cercato di combatterla e di non farla allargare.

Dico inoltre che le scienze sociali mancano nel dibattito in corso fino ad ora, eppure esse sono egualmente importanti rispetto alle “scienze dure”, perche’ il disastro e il rischio sono cose complesse che interessano persone, e quindi bisogni differenti, conoscenza e livelli di comprensione differenti. E le scienze sociali, alle quali io tapino appartengo, servono anche a decostruire queste narrative tossiche e stereotipizzanti dell’italiano cafone e Pulcinella.

Questa è una versione leggermente modificata e tradotta in italiano del testo originale in inglese, pubblicato il 27 Agosto su Disasters & Development, blog della sezione di disaster management della School of Architecture and Built Environment, University of Newcastle, e ripubblicato il 28 Agosto su ENTITLE blog di ENTITLE, rete di ricercatori di ecologia politica che tratta principalmente di rapporti conflittuali tra ambiente, sviluppo e neoliberismo.

Ecco il testo, che trovate anche nel gruppo Facebook “Protezione civile e riduzione del rischio da disastri”:

“Il modo in cui il terremoto dello scorso 24 agosto è stato raccontato sul web sembra aver utilizzato, e utilizzare tuttora, un approccio esclusivamente basato sulle scienze dure, che tende a focalizzarsi sul patrimonio culturale e sulle necessarie discussioni sull’adeguamento antisismico. In tal modo, tuttavia, si escludono tutte quelle variabili sociali e umane che intervengono in uno scenario di disastro, in particolare in casi di fenomeni drammatici e a larga scala come i terremoti. Questo porta a puntare il dito sui soliti stereotipi sull’Italia e gli italiani, e afferma ancora una volta la necessità di raccontare il disastro da angolature differenti e molteplici, in grado di cogliere la diversità e la complessità della sfera sociale senza banalizzare il fenomeno come una mera questione tecnica e tecnicistica. Di seguito espongo pertanto alcune brevi riflessioni, forse ancora disordinate, su un paio di articoli che ho avuto modo di leggere dal 24 agosto, quando il terremoto ha causato la morte di 290 persone in tre comuni (230 ad Amatrice, 11 ad Accumoli e 49 ad Arquata del Tronto), oltre 300 feriti e 2500 evacuati.
“Stai parlando con me?” (Robert De Niro, Taxi Driver, 1976)
Su IRIN, portale di approfondimento su contesti emergenziali e conflitti, Gully (2016) si concentra sulla conservazione del patrimonio culturale e sostiene la necessità sacrosanta per l’Italia per gli investimenti in adeguamento antisismico. Allo stesso modo, gli abitanti devono comunque impegnarsi nell’accrescere la loro consapevolezza sul rischio sismico. A tal proposito l’articolo cita Michele Calvi, professore di ingegneria sismica allo IUSS di Pavia. Calvi sostiene che la maggior parte degli edifici nella zona interessata sono di proprietà di persone anziane o sono seconde case per cui, insomma, non ci sarebbe stata una grande motivazione nell’investire in strutture antisismiche. Calvi ritiene dunque necessario creare delle forme significative di incentivo per abitanti e proprietari.
Non c’è niente di sbagliato nelle sue parole, naturalmente. Sono cose che diciamo da anni e trovano certamente d’accordo tutti noi. Quello che a mio avviso non va è la tipologia di esperto selezionato nel parlare di disastri da un punto di vista che include anche abitanti e in generale le comunità locali. Calvi è in realtà un ingegnere che ha di fatto promosso il progetto CASE e supportato il governo Berlusconi nella sua realizzazione (Calvi e Spaziante, 2009). Progetto CASE che, ricordiamo, ancora oggi rappresenta una delle soluzioni abitative post-disastro maggiormente criticate a livello globale. 19 nuovi insediamenti sparsi distribuiti in tutta L’Aquila, paradossalmente costruiti, tramite un approccio top-down superficiale e frettoloso, come misura temporanea per la gestione emergenziale ma con finalità permanenti (Alexander, 2013). Un progetto che ha modificato radicalmente l’uso del suolo, il paesaggio e l’organizzazione spaziale, senza servizi pubblici, trasporti pubblici efficienti e spazi per la socializzazione che rappresentano fattori essenziali in un tessuto sociale lacerato (Calandra, 2012; Forino, 2015; Fois e Forino, 2014). Pertanto, per un lettore con almeno una minima conoscenza del fenomeno disastri in Italia come ritengo di essere, è abbastanza frustrante che a uno scienziato come Michele Calvi, dopo aver messo da parte decenni di ricerca sociale progressista e inclusiva applicata ai disastri tramite il suo operato all’Aquila, sia stato dato spazio per parlare di colpe e problemi degli abitanti nelle zone colpite. A che titolo, insomma?
Ehi, Italiano: pizza, spaghetti e mandolino
Un altro pezzo interessante è quello di Hooper (2016) che, sul Guardian, scrive: “la burocrazia italiana rispecchia i valori della società, in particolare il disprezzo generalizzato degli italiani per le regole di ogni tipo e la prevalenza di funzionari pigri e politici apatici, se non addirittura corrotti”. La corruzione sistematica permea certamente gran parte dei livelli politici e istituzionali italiani, in particolare tramite la sovrapposizione tra lobby finanziarie ed economiche, mafie di vario genere, e influenti cariche pubbliche. Nel quadro politico italiano le attività illegali sono spesso usate come longa manus di sistemi istituzionalmente “legali” che stuprano i territori attraverso inquinamento industriale, rischio ambientale o uso privatistico delle risorse naturali, il tutto con il beneplacito delle istituzioni legali, sebbene malcelato da un apparente contrasto formale. Questo, naturalmente, si riflette anche nelle fasi post-disastro. La letteratura scientifica nazionale e internazionale sull’Italia è piena di esempi di ricostruzione post-sisma (sebbene non limitati solo ai terremoti) guidati da lobby imprenditoriali e finanziarie, intruse all’interno di gangli politici conniventi al fine di aumentare i costi della ricostruzione e i relativi fondi da erogare (Caporale, 2010). Questo processo è stato in alcuni casi dilazionato su diversi decenni ed è stato manovrato da una cerchia ristretta di persone influenti nel mondo politico, industriale e finanziario, lasciando briciole al resto della comunità e contribuendo ad esacerbare emigrazione, disoccupazione, ingiustizia sociale e spaziale. In una sorta di ricostruzione perenne associata a misure assistenzialistiche e sviluppiste nel Mezzogiorno, stiamo ad esempio ancora inviando fondi per il Belice, l’Irpinia e il Molise, con una crescita sociale, culturale, economica e lavorativa limitata o nulla (Caporale, 2010).
Tuttavia, l’Italia non è una pecora nera all’interno di un gregge supposto innocente e virtuoso, comprendente Stati Uniti, Unione Europea, Australia, o dittatori fantoccio di tutto il mondo. Anche la politica mondiale attuale dimostra infatti che concetti come “legale” e “illegale” hanno sempre più sovrapposizioni che differenze, con il “legale” che utilizza -sebbene apparentemente lo colpevolizzi- l’“illegale” per perpetrare disuguaglianze sociali e spaziali o trovare capri espiatori in modo da eludere pubbliche responsabilità. Guerre, sfruttamento, neo-colonialismo, razzismo, violenze sui richiedenti asilo, la propaganda dello “scontro di civiltà” lo dimostrano ogni giorno, a ogni scala e latitudine. L’Italia è quindi perfettamente inquadrata all’interno di un sistema globale comune e contraddittorio modellato da pratiche neoliberiste ed escludenti. Inoltre, quanto citato dall’articolista del Guardian non considera l’altro lato della ricostruzione post-disastro in Italia. In molte aree post-sisma il paese ha vissuto momenti di forte mobilitazione sociale nata per rivendicare democrazia, partecipazione, diritti e leggi, come ad esempio la lotta per il diritto al lavoro e a una pronta ricostruzione in Belice con Danilo Dolci, in Campania e Basilicata con i primi comitati nelle tendopoli (Ventura, 2010), i piani di ricostruzione dal basso di alcune frazioni aquilane (Forino, 2015), iniziative comunitarie (Fois e Forino, 2014) e pratiche di partecipazione (Calandra 2012) all’Aquila, o come la mobilitazione di base in Emilia (Hajek, 2013).
Hooper (2016) pertanto riesce a banalizzare, probabilmente perché non ne è a conoscenza, tutte quelle richieste dal basso di trasparenza, democrazia e leggi che, nella ricostruzione post-disastro, si sono opposte alla corruzione sistematica e all’esclusione dei cittadini. Parlare di “valori di una società” è pertanto sempre problematico, soprattutto quando si cerca di giudicare un intero sistema nazionale e i suoi abitanti in un evento complesso e tragico come un disastro. I valori sono sempre individuali, sebbene mediati dal contesto in cui essi vengono espressi e attuati, e sostenere che i valori della società italiana siano quelli della pigrizia, della corruzione e dell’aggirare le regole è certamente affermazione stereotipata e discriminatoria.
La mancanza delle scienze sociali
Questi articoli sono solo due tra le numerose narrative del sisma che ne hanno proposto analisi parziali e limitanti. Mentre esperti e professionisti come sismologi, geologi, ingegneri, architetti, urbanisti, economisti sono figure fondamentali nell’assistere le istituzioni nella creazione di policy e strumenti effettivi ed efficaci per la riduzione del rischio sismico, essi devono essere supportati – e devono mutualmente supportarle- da analisi rigorose dell’ampio spettro di questioni sociali che intervengono nel post-disastro. Tale analisi include ad esempio la conoscenza storica, l’analisi delle traiettorie di sviluppo locale, le esigenze specifiche di persone con disabilità, bambini o anziani, l’uso di specifiche strategie di comunicazione, la creazione di reti formali e informali nel dialogo tra cittadini e istituzioni (Ventura e Carnelli, 2015). Scienziati e professionisti come antropologi, sociologi, esperti di comunicazione e media, geografi e territorialisti a vario tipo sono altrettanto fondamentali nell’aggiungere un punto di vista umano e sociale sul disastro, e nel decostruire racconti parziali e superficiali, come questi brevemente considerati nel testo.
Bibliografia
Alexander, D.E., (2013), An evaluation of the medium-term recovery process after the 6 April 2009 earthquake in L’Aquila, central Italy. Environmental Hazards, 12 (1), 60– 73.
Calandra, L. M. (2012). Territorio e democrazia. Un laboratorio di geografia sociale nel doposisma aquilano. Edizioni L’Una.
Calvi, G. M., Spaziante, V. (2009). La ricostruzione tra provvisorio e definitivo: il Progetto CASE. Progettazione sismica, 3, 227-252.
Caporale, A. (2010). Terremoti spa. Dall’Irpinia all’Aquila. Così i politici sfruttano le disgrazie e dividono il paese. Rizzoli.
Fois, F., Forino, G. (2014). The self‐built ecovillage in L’Aquila, Italy: community resilience as a grassroots response to environmental shock. Disasters, 38(4), 719-739.
Forino, G. (2015). Disaster recovery: narrating the resilience process in the reconstruction of L’Aquila (Italy). Geografisk Tidsskrift-Danish Journal of Geography, 115(1), 1-13.
Hajek, A., (2013), Learning from L’Aquila: grassroots mobilization in post-earthquake Emilia-Romagna. Journal of Modern Italian Studies, 18(5), 627-643.
Ventura S., (2010), Non sembrava novembre quella sera, Mephite.
Ventura S., Carnelli, F., (eds.), (2015), Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi, Carocci.

valere, un pensiero a chi non c’e’, a chi resta, ai soccorritori umani e non  umani e a tutti coloro che tra forze armate, media, amministratori e quant’altro sono intervenuti in loco in maniera professionale e rispettosa del momento. Per quelli che non sono e non saranno tali, beh, non lo so, non auguro male ma manco bene…

 

 

 

 

Pummarole fresche, pummarole belle

Nella canicola sudaticcia delle mattinate estive meridiane il tempo scorre fancazzista e rilassato, solitamente scandito dal rintocco delle campane, dal vociare tra l’afrore della fila alla posta e i perdigiorno che sbrigano faccende, e dalla voce gracchiante degli ambulanti che chiamano a raccolta matrone e disadattati -intenti a giocare a carte sul tavolo sbilenco di plastica blu della Algida al bar o al circolo- per l’acquisto delle pummarole dell’Agro Nocerino-Sarnese, della Piana del Sele, della Capitanata o della Calabria. Pummarole rosse di caporalato e di tragedia, ma a noi mai è fregato molto, ‘a verità.

Dopo aver viaggiato per chilometri da Rosarno, Eboli, San Severo o Nocera, su autotreni roboanti che incutono timore al vederli zigzagare sull’A3 e l’A16 per i colpi di sonno degli autisti, le pummarole vengono trasbordate su mezzi più piccoli per consentire un agevole passaggio nelle stradine di Tursi, Oratino, Aquilonia, Ispani, Gallo Matese. Una volta erano gli OM Leoncino e Tigrotto con guida a destra, ora sono anonimi Suzuki o Renault, maneggevoli e facilmente parcheggiabili in senso inverso, in doppia fila, sul posto riservato ai disabili.

Il richiamo roco e biascicato dell’ambulante, solitamente preceduto da musica ad altissimo volume, quasi sempre neomelodica o un Ramazzotti d’annata ad andar bene, è “Pummarole fresche, pummarole belle”. La pronuncia di sc in fresche, per voi non di queste lande, è unita. La s e la c non si separano, vengono come in scrosciare, scroscio, sciare, camoscio. Un’unione che è già idea di freschezza e riposo. Di prendere la vita delicata come la regina delle pummarole, vederne il rosso nitore della pelle in controluce, senza bitorzoli, piatta e riposante come l’infinito dell’orizzonte sul mare di Pontecagnano, retta come una strada d’accesso tra i latifondi pugliesi. La e di belle è strascicata, allungata, un eeeeee di qualche secondo, un eeeeee di insistenza affinché il potenziale acquirente si accosti al trabiccolo, domandi la provenienza, inneschi quel gioco delle parti fatto di tentativi di avvicinamento al prezzo proposto dall’ambulante e di allontanamento volto al risparmio qualora si aumenti il peso della partita e chieda –pretenda– lo sconto. Un’alternanza di prezzi come i corpi che si alternano in una sfiancante tarantella.

Raggiunto l’accordo, le pummarole giungono a destinazione, pronte tra qualche giorno a diventare salsa. E lava i pomodori, e lava le bottiglie, e fai sgocciolare le bottiglie, e prendi strofinacci, asciugamani, teli e lenzuola, e monta lo spremipomodoro, e fissa lo spremipomodoro, e metti lo zio a caricare lo spremipomodoro, e raccogli la polpa, e metti in fila le bottiglie, e riempi le bottiglie con la polpa, e fai mettere la foglia di basilico allo scemo di turno (solitamente un criaturo o un combinaguai), e tappa le bottiglie sperando che qualcuna non si rompa e ferisca il pupo in bicicletta, e manda quello che è forte a prendere le cataste di legna, e prendi il fusto di ferro nel garage seppellito tra le cianfrusaglie, ma ti casca sul piede e ti fai male e nel frattempo casca pure il trapano e il martello, e vai a chiedere a zio Franco se ha portato il treppiede per metterci sopra il fusto, e metti l’acqua nel fusto, e disponi le bottiglie nel fusto in modo che non si rompano o non scoppino mentre vanno sotto vuoto, e accendi il fuoco dopo aver intossicato mezza famiglia, e prepara il pranzo per famiglia figli nipoti nonne e cognate, dai un calcio al cane che sta in mezzo ai piedi ma la nonna ti fa la cazziata perché non si fa e dà al botolo una mollica di pane, e cazzo ti sta venendo l’ernia che stai in piedi da stamattina alle cinque, e prepara la tovaglia e manda il criaturo -sempre quello scemo e combinaguai- a comprare il pane fresco che poi alla zia Marisa chi se la sente, e ti si asciuga il sudore e ti sta salendo il coccolone, e il caffè nessuno lo vuole fare, e nessuno guarda il fuoco che sta per spegnersi, quello che finora ha alimentato il fuoco è affumicato come un salmone delle Lofoten ed è nero come la pece, e passa la giornata e hanno tutti le reni a pezzi, i nervi in frantumi e la zia Marisa mo’ la prossima volta la vediamo a Natale che ha fatto lagne per tutto il giorno, e prega che la salsa cuocia bene e in fretta, e lascia raffreddare le bottiglie, e tira un sospiro di sollievo e spanciati unto e sudato sulla sedia a sdraio, in attesa di un bicchiere d’acqua e di silenzio.

La giornata frenetica è finita. Quelle pummarole rossissime, grandi e lisce, succose e succulente, trasformate in salsa in bottiglia andranno a riempire cantucci, stipiti e credenze insieme ad altre conserve, a sottoli, sottaceti, sotto spirito, essiccati, erbe, intingoli, marmellate, manicaretti freschi. Pummarole perfette, ormai salsa per la nostra frettolosa pastasciutta settimanale o, da buon contrappasso, per il lentissimo sobbollire del ragu’ alla domenica. Salsa in cui intingere pane sereticcio, adagiare fagioli, ricoprire melenzane. Salsa da leccare dalla cucchiaia di legno.

Io comunque, sono sempre andato al supermercato. E sono ancora vivo.

 

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