Qualche riflessione, un anno dopo il 24 agosto 2016

Amatriciano_bdIl 24 agosto 2016, alle 3.36, un terremoto squassava piccoli centri dell’Appennino tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, con epicentro tra Amatrice e Accumoli, in provincia di Rieti. Il sisma ha provocato 299 vittime, e a esso hanno fatto seguito altre due scosse registrate il 26 ottobre 2016, con epicentro vicino a Castelsantangelo sul Nera (Macerata) e il 30 ottobre 2016, con epicentro tra Norcia e Preci (Perugia). Il 18 gennaio 2017 si sono poi verificate altre quattro scosse di magnitudo superiore a 5 con epicentri in provincia dell’Aquila.  Altre decine di morti sono state provocate dal terremoto e dalle seguenti valanghe, e dalla combinazione con le abbondanti nevicate di quei giorni che hanno contribuito a isolare ulteriormente le aree colpite e ad aggravarne i danni su uomini, animali e infrastrutture (si veda qui).

Oggi, pertanto, è trascorso un anno dalla scossa che, dopo i terremoti in Emilia del maggio 2012 (ma non dimentichiamo il terremoto di Pollino e Basilicata a ottobre dello stesso anno) ha riproposto a tutto il mondo e non solo in Italia, e con la solita frequenza nella nostra penisola, le problematiche connesse al rischio sismico, ai disastri e alla ricostruzione, e più in generale a quanto non si fa nella vita quotidiana per ridurre il rischio o per vivere in maniera maggiormente sostenibile i nostri luoghi.

Quel sisma ha riproposto, e quanto detto in un anno fin ad oggi sembra confermare, un profondo deficit di comprensione e di analisi di questi fenomeni, spesso ridotti a tecnicismi, slogan da bar, senso comune di gente senza né arte né parte.  Su Sismografie (sezione di approfondimento di rischi e disastri sul blog di scienze umane Lavoro Culturale) apparve infatti un articolo, a firma di chi scrive, che sottolineava come il dibattito nazionale e internazionale dopo quel sisma si basasse su questioni tecniche relative alla mancanza di strutture antisismiche, alla scarsa manutenzione del patrimonio culturale, e addirittura su commenti in merito alla società italiana irrispettosa delle regole (qui).

Quanto da me detto in quell’articolo era in realtà stato precedentemente ben sintetizzato in “Oltre il rischio sismico. Valutare, comunicare e decidere oggi” (Carocci), una curatela di Fabio Carnelli (antropologo) e Stefano Ventura (storico) del 2015 in cui si sottolineava quanto la prevenzione sismica, e tutte le discussioni sul rischio sismico (e sul rischio in generale, aggiungo io) sia una questione non esclusivamente tecnica ma squisitamente legata a variabili politiche e socioculturali. Per essere effettiva ed efficace, questa prevenzione necessita del coinvolgimento dei cittadini e dell’analisi delle loro debolezze e delle loro possibilità di prevenire il rischio tramite una maggiore consapevolezza, una conoscenza più approfondita del territorio a cui va, ovviamente,  combinato quello che poi materialmente riduce il rischio, ovvero l’adeguamento e il miglioramento antisismico delle abitazioni, delle infrastrutture, e dei servizi pubblici.

Queste riflessioni sono state poi richiamate in un articolo su Internazionale, che porta finalmente la discussione al livello più ampio dei mass-media di informazione. Si nota che la prevenzione e’ un discorso culturale e politico e che pertanto va ridotto lo scarto tra “esperti” e cittadini. In questo anno, Sismografie ha fatto inoltre degli sforzi per continuare a trattare il tema con questa prospettiva. Sono stati pertanto pubblicati dei contributi sulla narrazione mediatica degli eventi del 24 agosto, e un bell’excursus sui riti messi in atto durante le emergenze, per scacciare le nostre paure e hai visto mai che funzionino.

Ma qual è la condizione attuale dei luoghi colpiti dai sismi del 2016-2017? Il gruppo di ricerca indipendente Emidio di Treviri racconta come il terremoto, e le scelte di emergenza e ricostruzione ad esso seguite, abbiano provocato profonde modificazioni sociali e territoriali. In un territorio di piccoli comuni costituiti spesso da piccole frazioni tra loro distanti, da case sparse e anche da case isolate, il coordinamento degli aiuti e’ stato purtroppo frammentato e ineguale. Molti aiuti si sono concentrati nelle aree degli epicentri e in quelle mediaticamente più importanti, come Amatrice, Accumoli, Norcia. In moltissime frazioni, in tutto il territorio, i soccorsi o non sono arrivati o sono stati pochissimi e limitati (basta cercare quanto raccontano moltissimi quotidiani locali, una buona copertura dell’Abruzzo e del Teatino e’ stata fatta dal quotidiano aquilano NewsTown). La ricerca condotta dal gruppo Emidio di Treviri si basa sulle interviste ai cittadini. Molti sono stati evacuati sulla costa adriatica senza alcuna riflessione su come poter farli restare vicini ai propri territori. Eppure in questi anni abbiamo avuto prove che, se l’evacuazione sulla costa (o comunque in luoghi sicuri) e’ il metodo più rapido per mettere in sicurezza le persone e opzione necessaria nel breve periodo, la permanenza forzata in luoghi lontani da quelli d’origine oltre un tempo ragionevolmente breve (e infatti e’ passato un anno, ma alcuni evacuati all’Aquila hanno trascorso ben più di un anno) essa diventa fortissimo motivo di frustrazione e di stress. Mancano i propri luoghi, le proprie abitudini, manca la propria indipendenza. Tutte queste cose non possono essere etichettate come “lamentazione” di privilegiati a cui sono garantiti tetti caldi e cibo, ma come qualcosa su cui un’istituzione che offre assistenza dovrebbe riflettere per garantire, anche e soprattutto nell’emergenza, il diritto al benessere psico-fisico dei propri cittadini e per metterli in condizione di ripartire o di prendersi cura dei propri luoghi, anche se distrutti. Tra l’altro, queste non sono affatto cose scoperte oggi, basta leggere le ricerche condotte dopo il sisma del Friuli (1976) e anche dopo L’Aquila.

La cesura tra le scelte decisionali ai piani alti e i cittadini, insomma, e’ stata una delle caratteristiche principali della ricostruzione. In fretta e furia, a settembre 2016 l’allora Primo Ministro Renzi nominò Vasco Errani, precedentemente Presidente della Regione Emilia-Romagna e Commissario per la Ricostruzione in Emilia dopo il 2012, come Commissario Straordinario anche per la ricostruzione di questo terremoto. L’idea di fondo era sfruttare l’esperienza di Errani (da alcuni giudicata positivamente, sebbene l’antropologa Silvia Pitzalis abbia espresso molti dubbi in proposito) acquisita nella gestione del post-sisma emiliano. Visto quanto accaduto, la sua esperienza pare abbastanza fallimentare e illo tempore formulai dei dubbi, ai quali credo Errani abbia risposto con la scelta di lasciare l’incarico dopo un anno, probabilmente per inseguire qualche seggio politico alle prossime elezioni, e bye bye ai morti, alle case distrutte e alle vacche senza stalle. Sia chiaro, magari questa scelta va tutta a vantaggio di una gestione maggiormente locale della ricostruzione, quantomeno a livello regionale, ma resta l’amaro di un Commissario silenzioso ed etereo, e soprattutto di una scelta di lasciare l’incarico gestita in maniera non trasparente, senza spiegazioni ufficiali convincenti.

Come apparso proprio ieri su Internazionale, inoltre, la ricostruzione procede lentamente: solo il 10 per cento delle quattromila tonnellate di macerie è stato rimosso, e ci sono più di trentamila sfollati. Sempre su Internazionale, Alessandro Chiappanuvoli ci dice che tutto e’ ancora in alto mare nella fornitura degli alloggi per gli sfollati, i ritardi sono gravi. Grovigli burocratici, l’ispessimento delle trafile di carte e documentazioni, l’incapacità di snellire il moloch burocratico senza intaccare il controllo democratico e la necessita’ di trasparenza che ogni operazione del genere richiede hanno provocato grandi ritardi, tanto che su 3772 richieste di casette ne sono arrivate solo 400.

Ci sono poche idee per la ricostruzione, e sono confuse. Quando non si hanno le idee chiare (o meglio, quando chi detiene il potere ha idee chiare sui propri intenti personalistici e clientelari) vengono infatti fuori degli obbrobri, come l’unico progetto fino ad ora promosso: la realizzazione di un centro commerciale nella piana di Castelluccio, in Umbria, un’area agricola e paesaggisticamente inestimabile che per centinaia di anni ha conservato le proprie peculiarità territoriali che rischiano di essere stravolte da un intervento fortemente invasivo, definito “provvisorio” (ma la storia insegna che il provvisorio in Italia e’ definitivo).

A presidiare le aree colpite, a monitorare cosa le istituzioni non hanno fatto e, soprattutto, a rimettere il moto i territori tramite i cittadini ci sono le Brigate di Solidarietà Attiva, gruppi spontanei di volontari presenti ormai da un anno nelle aree colpite e aiutano i cittadini nei propri bisogni quotidiani, supportano l’auto-organizzazione e il mutualismo, tutto in una prospettiva dei cittadini colpiti non come vittime, ma come persone che, con un po’ di aiuto, possono riprendere in mano la propria esistenza e soprattutto ripartire per e con il territorio.

Quanto accaduto a Casamicciola pochi giorni fa non ha fatto altro che riproporre gli stessi discorsi monchi e retorici sulla riduzione del rischio. Visto inoltre quanto accaduto ad Amatrice e dintorni, cosa verra’ fatto in quelle aree assume contorni foschi e genera sentimenti di sfiducia.

 

 

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Narrative distorte e incendi: il nulla prestigioso dalle aule universitarie

Lo scorso  anno, dopo i tragici fatti di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, lamentavo su Lavoro Culturale di quelle “narrative distorte” nell’analisi delle emergenze e dei disastri, frutto di una grave mancanza delle scienze sociali nel dibattito accademico, politico e civile. In particolare, scrivevo come alcuni servizi e interviste online sia dall’Italia che dal mondo anglofono da un lato ci considerassero come un paese di corrotti e poco inclini alle regole e, dall’altro, accusassero la popolazione di non aver costruito nel corso degli anni messo in maniera antisismica.

Chiunque si occupi di questi temi sa come queste dichiarazioni raccontino solo una parte della storia. Se certamente la corruzione gioca un ruolo preponderante come all’Aquila, essa non spiega appieno le condizioni di vulnerabilità e di differenze sociali esistenti tra chi detiene il potere e chi no, tra chi decide e chi no, tra chi può permettersi certe cose e chi no. In soldoni, quella bella locuzione di root causes of vulnerability che, invece della reductio ad unum, analizza fenomeni complessi e relazionali da scavare nella storia dei luoghi e nell’intreccio tra scale spaziali, relazionali ed economiche.

In occorrenza dei tragici incendi sul Vesuvio di questi giorni (ma ricordiamo che bruciano anche Messina, il Gargano e l’Irpinia), il refrain dell’italiano ciarlatano da additare sempre e comunque come ‘o malamente mentre intorno sei miliardi di Banderas rincorrono galline nella loro vita agreste e gioiosa, compare addirittura tra luminari accademici italiani, ai quali evidentemente non basta il rigore richiesto dall’analisi scientifica, o il buonsenso di tacere quando manchino opinioni utili al dibattito.

E’ ad esempio il caso  di Paolo Macry, professore ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università di Napoli Federico II, che sul suo profilo Facebook, pensando di fare un servizio al popolino lanciandone strali, non ha altro da aggiungere se non che “per bloccare lo “spossessamento” (perdita del titolo di proprietà sulle case), gli abusivi incendiano tutto”.  Tutto questo senza uno straccio di prova: non una testimonianza, non una foto, non un numero che indichi chi e quali abusivi stiano incendiando questo fantomatico “tutto”. Anzi, facendo un unico pastone di gente che respira fumi e spegne fuochi da giorni, proprio come quando nel 2004 un ragazzo tredicenne agli scout mi disse che tanto tutto va nello stomaco, mangiando pasta-pane-tonno-formaggio dal pentolone. Il pastone.

Affermazioni gravi proprio mentre le fiamme divampano sul Vesuvio e i residenti, secondo decine di testimonianze online (bastino per tutte quelle pubblicate sulla pagina del Rischio Vesuvio: informiamoci e attiviamoci, preziosissima fonte di dati di prima mano) stanno affrontando da giorni gli incendi con mezzi insufficienti forniti dai servizi di emergenza e, sostanzialmente, provvedendo a fare il possibile per evitare ulteriore distruzione.

Quand’anche fosse vero che “gli abusivi” (chi? dove? quanti? e come lo sai?) incendino “tutto” (tutto che?), sarebbe utile capire dove siano le fonti, come sia possibile verificarle e, soprattutto, quanto sia opportuno lanciare strali invece di, da storico e letterato, aiutare noi popolino a far capire cause e conseguenze degli incendi e le radici storiche dei fatti.

Sia ben chiaro, nessuno nega l’abusivismo e quanto questo sia legato da decenni di mala-gestione politica. Resta comunque da capire come mai un docente universitario, di stanza a Napoli, non indirizzi il dibattito su fatti o opinioni ragionate invece di illazioni e generalizzazioni. A cui Macry, a memoria, non paia esser nuovo, come il famoso articolo apparso sul Corriere del Mezzogiorno nel 2014 dove descriveva gli “antagonisti di sinistra” (!) come “nuovi reazionari” che “si oppongono alla soluzione del problema dei rifiuti, alla messa a profitto di Bagnoli, alle trivelle. Ovvero a ogni ipotesi di accrescimento della ricchezza locale”. Tutto assieme: antagonismo, trivelle, no-Tav, Terra dei Fuochi, rifiuti, Bagnoli. “Effetti occupazionali dell’edilizia”. “Progresso” (!).

Un altro esempio viene da Marino Niola, professore ordinario di Discipline demoetnoantropologiche alla Suor Orsola Benincasa, dove, dice sul suo sito, insegna “Antropologia dei Simboli, Antropologia delle arti e della performance e Miti e riti della gastronomia contemporanea”, e si definisce “antropologo della contemporaneità”.

Il peggio del peggior determinismo ambientale prende piede in un suo commentario apparso su Repubblica, dove scrive:

In realtà, non è il Vesuvio che appartiene a Napoli, ma è Napoli che appartiene al Vesuvio. E questo spiega il carattere degli abitanti di una terra contesa tra il mare e la lava. Espressivo ed esplosivo, ottimista e fatalista, vitale e teatrale. Pieno di quella proverbiale esuberanza tellurica che rimescola godimento e sentimento, passione narcisistica e scoramento malinconico. Molti grandi viaggiatori hanno spiegato il temperamento dei partenopei proprio con la presenza incombente del fuoco che circonda da ogni parte la città e i suoi dintorni“.

Un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte: positivismo e determinismo geografico che manco io da matricola, paradigmi fatti fuori da oltre cento anni per far posto a prospettive in grado di analizzare relazioni complesse e sistemiche tra gli attori, i gangli dei poteri,  le interconnessioni tra l’individuo, le comunità locali e le varie componenti ambientali, scale che si scompongono e ricompongono a seconda di eventi e protagonisti.

Come scrive un altro antropologo su Lavoro Culturale, proprio in merito al Vesuvio:

da politici e tecnici, infatti, è frequente ascoltare dichiarazioni che dipingono gli abitanti dell’area vesuviana come «insensibili al rischio», “irrazionali e irresponsabili”, “superstiziosi e fatalisti”. Si tratta di giudizi di valore che svelano l’implicito etnocentrismo di chi li esprime e che mostrano una chiara incomprensione della complessa realtà socio-culturale locale. 

Banalizzazioni, insomma, a cui manca solo Pulcinella, ‘a pizza ‘o mare e ‘o putipù, per farle invece apparire per quelle che sono realmente: appiattimenti irricevibili e gravissimi, in particolare se questi vengono da chi, all’interno delle aule universitarie, dovrebbe contribuire a decostruirli. E, sostanzialmente, combattere.

Il nulla, ma di prestigio!

 

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L’incendio della Grenfell Tower a Londra: ingiustizie e diseguaglianze

 

 

L’incendio della Grenfell Tower avvenuto a Londra il 14 giugno ha suscitato clamore e polemiche non solo in Europa. Da un lato, si punta il dito contro la ristrutturazione del 2014 con materiali poco resistenti al fuoco e gli avvertimenti lanciati dai residenti della struttura. Dall’altro, l’incendio rivela le disuguaglianze in atto a Londra, dove decenni di gentrificazione hanno portato a forti differenze di classe che spingono a considerare lo sviluppo della citta’ sulla base dei bisogni dei ricchi, invece della working class, che costituiva la maggioranza dei residenti della Grenfell Tower.

Di questo e altro abbiamo discusso su un articolo pubblicato su The Conversation, portale in inglese di divulgazione accademica e a diffusione globale. L’articolo e’ stato scritto da me medesimo con Jason von Meding (Senior Lecture in Disaster Risk Reduction, University of Newcastle, Australia), Jean Cristophe Gaillard (Associate Professor, University of Auckand, NZ)  e Ksenia Chmutina (Lecturer, University of Loughborough, UK).

Il pezzo e’ stato poi ripubblicato in italiano in Sismografie, focus su rischi e disastri del blog Lavoro Culturale e che curo con Fabio Carnelli (Bicocca, Milano) e Stefano Ventura (Osservatorio sul Doposisma).

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Recensione a “Fault Lines – Earthquakes and Urbanism in Modern Italy”

E’ da poco uscita la mia recensione (in inglese) al bellissimo libro (in inglese) Fault Lines – Earthquakes and Urbanism in Modern Italy (Berghahn Book, 2015) di Giacomo Parrinello, storico e storico dell’ambiente, Assistant Professor of environmental history at the Centre for history of the Paris Institute of Political Studies.

Il libro si concentra sui sismi di Messina (1908) e del Belice (1968) e sulle loro continuita’/discontinuita’ con le preesistenti pratiche di pianificazione e sviluppo territoriale. Un libro scritto benissimo, frutto di una ricerca d’archivio meticolosa e attenta, corredato da immagini e fotografie molto belle e significative.

Trovate la recensione su ENTITLE blog, un blog di riflessioni su ecologia politica, capitalismo e “sviluppo”, che ogni tanto ospita qualche mia riflessione.

 

“Il genocidio dei Rohingya in Birmania: voci dai villaggi e i campi nel Rakhine”, un mio reportage pubblicato sulla rivista di geopolitica Eastonline

A dicembre ho avuto modo di visitare i villaggi e i campi in cui il governo birmano costringe il popolo Rohingya, di fede islamica, da generazioni in Myanmar.

Sono stato a Sittwe e dintorni, nel Rakhine State, in cui vivono gran parte dei Rohingyas che non sono emigrati nel confinante Bangladesh, anche li’ soggetti a privazioni e violenze.

Ho scritto un pezzo grazie alle testimonianze di una ONG che distrubuisce aiuti umanitari nei campi e di alcuni dei loro abitanti.

Il pezzo e’ stato pubblicato su una buona rivista di geopolitica online, Eastonline, e lo trovate qui, condito da alcune foto di volti e dei campi.

Un album di mie foto nei campi agli abitanti  Rohingya lo trovate anche sul mio profilo Facebook, qui.

 

Modamare Myanmar ’16, by me medesimo

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Modamare Myanmar ’16

Buona lettura

Riotta e Robbetto

Poco prima di pranzo ho acceso la tv. E’ comparsa Antonella Clerici tutta cosparsa di panna (slurp slurp), allora ho cambiato. Ho messo il 54, perche’ ricordavo corrispondesse a Rai Sport 1: magari beccavo Franco Bragagna che commentava la Coppa del Mondo di sci di fondo da Lillehammer o qualche replica delle gare di vela dalle Olimpiadi di Rio. Il 54 invece corrisponde a Rai Storia, dove Gianni Riotta intervistava Robbetto Saviano su Donald Trump.

Mesto, ho lasciato la tv accesa, sono andato in cucina e ho appiccato il fuoco accendendo il gas e urlando Allah Akhbar. La cucina e’ esplosa, il giardino ha preso fuoco. Il caco, il nespolo, il pero improduttivo da decenni, anche quelle cazzo di camelie, il tasso, gli allori, i papiri, le ortensie, l’olivo. Le rose, quelle maledette rose. Le case dei vicini stanno incendiandosi, i vicini si gettano fumanti dai balconi. Merli e piccioni sono abbrustoliti sull’asfalto, pure passerotti, gatti randagi, lucertole, cani da strada che avrebbero certamente avuto vita migliore se qualcuno avesse lanciato una raccolta fondi per la loro mancanza di croccantini. Pompieri intenti a spegnere le fiamme cadono intossicati. Macchine di passaggio saltano per aria. Cadono muri. Monteforte non esiste piu’.

Sto partendo per Tallahassee (Florida), per stringere la mano alla famiglia Casper, padre, madre e due figli. Foto di famiglia armati fino ai denti, barboncino con cappottino camouflage, gatto con occhi assetati di sangue.

Un amico di Gianni Riotta e Robbetto Saviano

RAITRE

Nuovo post sul blogghe Disasters&Development: “Transition Through Disaster: Christchurch”

Qualche giorno fa io e il mio collega/supervisor Jason von Meding abbiamo pubblicato  un nuovo pezzo sul blog Disasters&Development della University of Newcastle, da buoni tenutari e boss dello stesso.

Il pezzo che trovate qui, descrive lo “stato dell’arte” della ricostruzione a Christchurch a 5 anni dal sisma del 2010 e a oltre 5 dalla scossa distruttiva del Febbraio 2011.

Con alcuni studenti abbiamo parlato con alcuni attori che a loro modo hanno avuto un ruolo nella ricostruzione: amministrazioni locali, gruppi locali che hanno dato il vita a iniziative spontanee o si sono opposti allo status quo, piccole attivita’ imprenditoriali sorte dopo il sisma, anche il direttore di un museo che, a quanto pare, ora e’ parechcio antisismico.

La Cattedrale (foto dell’autore)In foto (mia): la Cattedrale di Christchurch, con l’abside crollato ben dopo il sisma di Febbraio 2011.

Si parla pertanto di iniziative dal basso, di conflitti, di speculazione, di tentativi di fermare questa speculazione, di piccola imprenditoria e tanto altro.

Il testo, in sostanza, e’ una versione in inglese, riletta ed estesa, del pezzo pubblicato su

“Christchurch, sei anni dopo. Tra centralizzazione, shock economy e progetti dal basso”

pubblicato su Sismografie/Lavoro Culturale e ovviamente riportato pure su questo blogghe.

“Hurricane Matthew is just the latest unnatural disaster to strike Haiti”, su The Conversation

Il passaggio dell’uragano Matthew tra le coste sudamericane, caraibiche e del Sud degli Stati Uniti ha mostrato ancora una volta come le discussioni sui danni provocati da un disastro sottendano sempre enormi differenze socioeconomiche. Moltissimi media (anche specializzati e anche stranieri) si sono concentrati su Florida e Georgia, dove l’uragano ha causato, per ora, 19 vittime con danni ingenti ed evacuazioni.

Le morti sono uguali, non si discute se questo. Resta pero’ vero che ad Haiti, paese gia’ martoriato da secoli di sfruttamento, da decenni di capi di stato fantocci e poi dal maledetto terremoto del 2010 che ha paralizzato il paese e dal quale dopo sei anni non riesce ancora a risollevarsi, l’uragano Matthew ha provocato oltre 1000 (1000, ripeto) morti. Nella sfortuna, fortuna ha voluto non abbia colpito Port-au-Prince, capitale ancora in ginocchio dal sisma, ma alcuni tratti costieri occidentali.

Haiti e’ un paese vulnerabile perche’ povero, sfruttato, affamato da politiche colonialiste e neocolonialiste predatorie, non ultime quelle NGO che dopo il sisma del 2010 sono arrivate in loco intascando miliardi su miliardi senza alcuna ricaduta sui territori, abbandonati alle rovine, all’igiene precaria e al colera.

Insomma, su The Conversation, tra i primi siti al mondo di divulgazione scientifica, con taglio molto giornalistico e auanasghemps, abbiamo cercato di puntualizzare perche’ Haiti e’ ancora troppo vulnerabile ai disastri, e con chi ce la dobbiamo prendere (colonialismo, Stati Uniti, Nazioni Unite).

Se volete, lo trovate qui

https://theconversation.com/hurricane-matthew-is-just-the-latest-unnatural-disaster-to-strike-haiti-66766

Ave

“Christchurch, sei anni dopo. Tra centralizzazione, shock economy e progetti dal basso”, mio nuovo post su Sismografie-Lavoro Culturale

Ad aprile 2016, con alcuni studenti del Master of Disaster Preparedness and Reconstruction della University of Newcastle, abbiamo trascorso tre giorni a Christchurch dove abbiamo avuto modo di parlare con alcuni attori impegnati nel processo di ricostruzione della citta’ dopo il sisma distruttivo di agosto 2011, che ha causato 185 morti e moltissimi danni al tessuto urbano. Da questo brevissimo ma intenso lavoro di campo sono nate delle riflessioni sul ruolo di alcuni attori nella ricostruzione, sui conflitti che si vengono a creare e sugli interessi divergenti che vengono inequivocabilmente a galla e necessitano di essere analizzati o quantomeno descritti. Si parla pertanto, tra gli altri, della gestione ambigua del post-sisma da parte del governo centrale, delle mire speculative su aree residenziali, di lotta per salvaguardare dalla distruzione il patrimonio culturale, e di alcuni iniziative di organizzazione dal basso, di aggregazione sociale, di gestione degli spazi pubblici, di ri-creazione del proprio lavoro.

Queste riflessioni erano pronte a luglio, ma i responsabili di Sismografie avevano giustamente deciso di rimandare la pubblicazione a settembre. Poi, dopo il terremoto nell’Appennino Piceno-Laziale, Sismografie ha iniziato una serie di riflessioni sul sisma, proprio con un mio intervento sulla mancanza delle scienze sociali nel dibattito post-sisma, e che ovviamente avevo anche pubblicato qui sul blogghe.

Chiunque voglia leggerlo, vada qui.

 

 

 

 

Henry John, i’ vorrei che tu, Aldo e Lupo e io

Passati i trent’anni la nostalgia, non senza commozione e imbarazzo, approfitta delle tue debolezze e fa capolino nell’io privato e recondito, ad altri sconosciuto. Ieri ho avuto ad esempio una forte e imbarazzante crisi di pianto seguita da risate sfrenate nel ricordare i momenti trascorsi insieme a Henry John Woodcock , Aldo Brancher e  Lupo Liboni nelle stanze della Procura di Potenza.

Henry John, da noi chiamato affettuosamente HJ, soffriva spesso di momenti di sconforto per la gelosia nei confronti di Federica Sciarelli, alla quale rinfacciava, senza peraltro alcuna prova, di avere una relazione con un tecnico del suono di Chi l’ha visto. In quei momenti HJ piangeva come un bambino, e l’unico modo per sollevargli il morale era invitarlo a giocare allo schiaffo del soldato con noi, compagni di merende pantagrueliche al ristorante La Braciata di Tito Scalo.

Alla Procura di Potenza, pertanto, HJ era sempre il soldato che prendeva gli schiaffi. Gli piacevano masochisticamente le sberle. Gli consentivano di elaborare la tristezza che quella sgualdrinella da quattro soldi, con quegli occhioni dolci anche mentre parlava di ammazzamenti e stupri, gli provocava. HJ non indovinava mai chi gli avesse tirato la sberla. Lo faceva apposta e oh, ragazzi, avreste dovuto vedere che scapaccioni tirava Aldo!

Dopo un paio d’ore in cui il cranio di HJ era ormai tutto bitorzoluto, tutti nella macchina di Lupo e via sulla Basentana, poi in qualche disastrato motel a conduzione familiare su qualche complanare nel Metapontino a comprare Cedrata Tassoni (o birra Raffo, quando la trovavamo, ma si era in effetti un po’ lontani da Taranto) e qualche panino al prosciutto ormai sereticcio. E poi su, tra le rovine di Craco, dove il nostro HJ urlava alla luna con tutte le sue forze, lacrime goccioloni a segnargli il volto e salume penzoloni dal labbro inferiore.

Sentirsi nuovamente vivo, pronto ad affrontare l’ennesimo giorno, sempre uguale, in quell’inferno, carnascialesco nonostante tutto, della Procura di Potenza.

Che tempi, ragazzi. Che tempi davvero!

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In foto: Lupo Liboni.